Cimitero Napoleonico


L'antica Civita d'Antino - sede di una importante Scuola di pittori scandinavi, voluta e guidata dal maestro danese Kristian Zarthmann, dall'ultimo quarto di secolo del 1800 sino al disastroso terremoto della Marsica del 15 gennaio 1915 - conserva, mimetizzato in una magica e particolare atmosfera, un monumento di particolare bellezza ed originalità: il "vecchio" cimitero napoleonico.
L'anno di costruzione si colloca nella prima metà dell'Ottocento, e più precisamente tra la caduta di Gioacchino Murat (1815) e l'annessione del territorio al Regno d'ltalia (1861); orientativamente dovrebbe collocarsi nell'intervallo temporale 1830-1840. Le principali motivazioni che fanno del cimitero napoleonico di Civita d'Antino un monumento da proteggere sono:

1) è uno dei pochissirni esemplari nazionali di architettura cimiteriale che risponde puntualmente ai rigidi canoni dell'Editta di Saint Cloud (emanato nel 1804 ed esteso ai territori italiani nel 1806); in particolare, la logica della sepoltura comune ed anonima dei defunti della comunità civitana, senza nessuna lapide (almeno sino al 1893 per il primo sepolto straniero, l'inglese John Heugh, ed alla successiva sepoltura della consorte, Mary Ann Symons Heugh, avvenuta nel 1901);

2) la presenza di un piccolo hortus conclusus, esterno e ben nascosto, dedicato alla sepoltura dei non cattolici; uno degli antesignani dei "cimiteri acattolici". Merita di essere ricordato che nel cimitero acattolico sono conservate le ceneri del pittore svedese Anders Trulson (1874-1911), morto a 37 anni a Civita d'Antino, oltre a quelle dei sopra ricordati coniugi inglesi, ospiti di Civita d'Antino, morti nel 1893 e nel 1901. Non sono peraltro da escludere ulteriori sepolture rimaste anonime;

3) la struttura cimiteriale nella sua estrema semplicità presenta molteplici elementi da leggere con attenzione per il loro alto contenuto simbolico; si ritiene, la costruzione sia stata ideata e realizzata da esperti "maestri d'opera" legati alla Carboneria o a qualche gilda di maestri costruttori/ muratori, sotto l'influenza di aristocratici intellettuali del luogo.

La sua particolare posizione, su un piccolo costone fuori dall'abitato, ha impedito che l'area venisse, nel tempo, interessata da fenomeni di inurbamento e di annessione al tessuto urbano del paese, come è avvenuta in gran parte dei cimiteri; tale circostanza ha fatto sì che il cimitero rimanesse integro come al tempo in cui fu progettato e realizzato.

Questo "vecchio" cimitero costituisce, comunque, un'opera significativa nella storia dell'architettura cimiteriale, a tal punto da essere immortalato in una delle foto scattate nel 1914 dal famoso archeologo inglese Thomas Ashby (1874-1931 ) durante uno dei suoi viaggi esplorativi nella zona di Civita d'Antino; per l'esattezza, la fotografia riprende l'angolo del monumento che poggia sopra le antiche mura megalitiche.

E' assai probabile che Ashby - con il suo scatto - abbia voluto evidenziare la continuità di queste opere murarie con il sovrastante cimitero. Lo stato di conservazione del monumento è essenzialmente accettabile grazie ad importante di restauro finanziato nel 1977 dalla Signora Marcella Rufi Di Rocco, che ne ha impedito il "completo disfacimento" Purtroppo, però, a settanta anni dal suo "abbandono" ed a trentacinque dall'ultimo intervento manutentivo, se si esaminassero con attenzione gli elementi della struttura si potrebbero registrare segnali esteriori del processo di ammaloramento che ha iniziato ad intaccare il monumento e che progressivarnente potrebbe condurlo ad un irreparabile degrado.

Verrebbe, cosi, sottratto alla comunità civitana un altro pezzo del suo patrimonio di memorie e dei suoi giacimenti culturali. Merita di essere sottolineato che il "vecchio" cimitero di Civita d'Antino risulta essere stato realizzato dopo la fine dell'influenza napoleonica, cessata nel 1815 con la caduta di Murat e la restaurazione borbonica. Si ritiene, infatti, che la progettazione e la realizzazione del monumento siano da accreditare mollo probabilmente a dei locali aristocratici intellettuali dell'epoca: i fratelli Domenico e Francesco della nobile famiglia Ferrante ed il medico Domenico Morichini (docente di chimica presso l'Archiginnasio di Roma e Archiatra Pontificio).

La struttura architettonica del cimitero fa venire alla mente il concetto di "urna collettiva " all'interno della quale vengono fatti riposare gli antenati della comunità civitana, che rappresentano le radici stesse della memoria corale; per questo lo si potrebbe denominare più correttamente e simbolicamente la "memoteca di Civita d'Antino" .

Per questo motivo e per evitare che nessuno potesse disturbare il riposo eterno dei defunti della comunità, è stata progettata e realizzata questa struttura architettonica in grado di mimetizzarsi egregiamente nell'ambiente naturale a tal punto da essere veramente difficile, ancora oggi, trovarla. La struttura cimiteriale, che ha sostanzialmente una pianta rettangolare, ha un orientamento nord-sud, secondo il lato lungo più precisamente ha una rotazione di circa quindici gradi (secondo la direzione nord-nordest/sud-sudovest) per consentire alla struttura di essere parallela alla strada di fondovalle, che corre a fianco del fiume Liri; in questo modo l'asse principale del camposanto (una sorta di cardo maximus della città dei morti) risulta essere orientato secondo la direzione (stradale) di Roma.

Questa piccola rotazione nell'orientamento ha consentito alla facciata principale di essere orientata a nord-ovest, secondo i canoni religiosi seguiti nella costruzione delle cattedrali la "facciata" principale è, forse, l'elemento più importante e imponente della "urna"; ha una esposizione ad ovest verso la vallata del fiume Liri e della strada di fondovalle che collega da sempre Avezzano con Sora.

Però è una "facciata" senza ingressi, in quanto le due "porte dei morti" poste sulle sue due estremità sono murate e costituivano l'accesso esterno (forse solo simbolico, in quanto il pavimento del "piano dei vivi", posto al livello superiore, dispone di un congruo numero di "botole") al sistema di "fosse comuni". E' una facciata senza un portone d'ingresso per i vivi che prende al tramonto i) commiato degli ultimi raggi mentre il sole conclude la sua giornata terrena.

L'ingresso per i vivi, invece, è costituito da un piccolo cancelletto posizionato sul retro, lato paese, e, quindi, orientato ad est, che consente l'ingresso dei primi raggi del sole quando sorge (o, meglio, quando risorge dopo il buio della notte, che può essere la metafora della risurrezione dopo la morte). La morfologia del versante è tale che l'ingresso per i vivi, pur essendo al primo piano dell'intera costruzione (sopra ai locali dedicati alla conservazione delle salme, posti nel locale semi-interrato), viene a trovarsi all'altezza del piano di camminamento dell'antico sentiero che conduceva al Paese,

Questa soluzione architettonica realizza, quindi, due differenti traiettorie da percorrere indipendentemente tra quella dei vivi orientata ad est (che è il "punto cardinale" dove sorge il sole, che è il simbolo della vita) e quella dei morti orientata ad ovest (che è il "punto cardinale" verso il quale tramonta il sole); la traiettoria dei morti è anche posta ad un livello inferiore rispetto al mondo dei vivi (che in qualche modo ricostruisce i mitici "inferi" del mondo classico).

Il grande senso di ospitalità dei Civitani ha reso possibile la realizzazione di un garbatissimo ampliamento della "teca della memoria collettiva" con un hortus conclusus costituito da un piccola corridoio verde ben mimetizzato nella struttura muraria del cimitero napoleonico secondo l'asse nord-sud verso il paese. A questo giardino, chiuso da una muratura della medesima altezza dell'attiguo "vecchio" cimitero, si accede passando attraverso il cimitero stesso.

Il corridoio verde antistante il "campo santo” posto ad est, lato paese - costituisce una sorta di "limbo" che nella religione cattolica è quella condizione di attesa nella quale vengono poste le anime appartenute alle persone buone morte prima di essere battezzate, perché è scritto che «se uno non sarà rinato nell'acqua e nello Spirito Santo, non potrà entrare nel Regno di Dio», come scandisce il Vangelo di Giovanni.

Mutuando, quindi, l'antica tradizione cattolica, vi sono due "limbi": il "Limbo dei bambini" nel quale sostavano i bambini morti prima del battesimo; il "Limbo dei giusti" che ospitava quelle persone di altre religioni giudicate brave e giuste, ma che continuavano ad essere dei buoni non cristiani perché non battezzati. Coerentemente con questa suddivisione, anche il "cimitero acattolico" è diviso ulteriormente in due aree separate da un leggera ringhiera, in corrispondenza della quale è stata collocata

una piccola anonima croce in Ferro. Però, anche queste anime dovevano avere la possibilità di essere affidate «alla misericordia di Dio ... che vuole salvi tutti gli uomini», in attesa che con il Giudizio Universale si abbattano i muri e tutti i giusti possano ascendere in Paradiso.

Per questo si comprende la presenza di una grande croce di pietra che si staglia dalla parete nord dell'hortus conclusus acattolico che vuole rappresentare, simbolicamente, che anche i giusti non cattolici amici di Civita che riposano là dentro sono affidati alla misericordia divina ed alla cura del popolo civitano che li ha adottati.

Merita di essere ricordata, in particolare, la lapide in bronzo di Anders Trulson, opera del grafico svedese Louiss Nillson. Pur nella sua estrema semplicità e purezza del messaggio, attraverso una più attenta lettura della sua impostazione e dei suoi contenuti simbolici, sembrerebbe quasi che l'autore abbia voluto rievocare lo scenario del calvario, con le tre croci; l'artista, in questo modo, potrebbe aver voluto avvicinare a quelle di Cristo le sofferenze patite da Anders Trulson, durante la grave malattia, con esemplare dignità e pudore, anche durante il soggiorno a Civita d'Antino, pur di portare a compimento quella che riteneva essere la sua missione di artista assegnatale dal destino. Le foglie ritratte dovrebbero essere di alloro, quasi per certificare, e tramandare ai posteri, l'elevato livello raggiunto in campo artistico da Anclers Trulson.

Napoleone Bonaparte promulgò il 12 giugno 1804 un unico corpus legislativo destinato alla raccolta organica di tutta la preesistente normativa sui cimiteri, che è passato alla storia come Editto di Saint Cloud. Ufficialmente l'Editto intendeva dare una risposta efficace ai problemi di ordine pubblico, come l'igiene della popolazione e la prevenzione delle malattie. Successivamente, il 5 settembre 1806, sempre da Saint Cloud, l'Editto fu esteso al territorio italiano rientrante sotto la giurisdizione napoleonica, come il Regno di Napoli, all'epoca governato da Giuseppe Bonaparte, il fratello di Napoleone;

La struttura fu di fatto abbandonata tra il 1939 e il 1940, periodo in cui entrò in funzione il nuovo cimitero; Un fugace riferimento al cimitero è presente nella Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia, Vol. II, Abruzzi e Molise, tomo I, Roma, 1909, pp. 190, 191. L'inchiesta, meglio nota come Relazione Jarach, nel riferire la gravità delle carenze dei cimiteri abruzzesi e molisani, con il persistere di tumulazioni in chiese, campi aperti e Fosse carnarie "in parecchi paesi' , classifica quello cli Civita d'Antino come "cimitero per tumulazione".

Un gruppo di svedesi a Civita D'Antino, cercano la tomba di un avo illustre morto nel 1911

Una vacanza un po' macabra, un tour un po' triste. Ma cosa non si fa per ritrovare la proprie radici? Saranno rimasti di stucco i 982 abitanti di Civita D'Antino, un paesino della provincia de L'Aquila, quando hanno visto arrivare un gruppo di svedesi, con parenti e affini venuti dagli Stati Uniti e della Germania, diretti al cimitero.

Cercavano la tomba del pittore Anders Trulson, scomparso il 24 agosto 1911. La storia, raccontata da Il Centro, inizia a Roma. Jan Olsson, un discendente del pittore decide di visitare la mostra al Museo Hendrik Christian Andersen nella Capitale “Impressionisti danesi in Abruzzo”. Tra le opere esposte anche quelle del suo avo Anders Trulson. Vuole saperne di più e così trova un libro scritto da Antonio e Sergio Bini “Anders Trulson è qui: breve storia del pittore svedese rimasto per sempre tra le montagne abruzzesi”.

La descrizione minuziosa del cimitero napoleonico in cui il pittore è ancora sepolto, dal paese e dalle montagne in cui il suo avo è vissuto, seppur per poco tempo, l'hanno convinto a intraprendere questo viaggio alla ricerca della tomba del lontano parente, andato a vivere in un posto quasi sconosciuto al resto del mondo, alla Svezia sicuramente. Ma perché andarci da solo? Jan ha coinvolto il resto della famiglia che ha risposto al suo appello.

Allievo di Kristian Zahrtmann, Trulson era nato a Tosterup, un villaggio nel sud della Svezia. Aveva voluto fare un viaggio in Abruzzo con il suo maestro nonostante fosse gravemente ammalato di tubercolosi. Circondato dall'affetto degli amici pittori e delle persone del posto lavorò duramente sui suoi quadri, ispirati dalle montagne di Civita D’Antino. Uno in particolare ritrae la Porta Campanile, distrutta per sempre nel terremoto del 1915. L'albergo dove alloggiò con gli altri, la pensione Cerroni, divenne la sede della scuola Zahrtmann. Fino al 1911, quando a 37 anni morì. L’intero paese partecipò al suo funerale. Uno studente del paese lesse alcune parole in ricordo dell’artista: “Venuto come straniero ma morto come amico”.   Ritorna all'indice  ( Home Page )


Anders Trulson