PITTORI SCANDINAVI A CIVITA D'ANTINO «CITTÀ DANESE»

 

Lo splendore del Rinascimento illuminò le terre dello Jutland, chiamando a Roma schiere di artisti danesi.      

Verso il 1550 Melchior Lork disegna statue classiche ed opere di Michelangelo; l'arte del Caravaggio, quasi per osmosi eccitò e conquistò i pittori Kiel e Mader intorno al 1680. L'architettura italiana fu sviscerata, studiata, copiata, sì che in Danimarca sorsero edifici le cui radici sono qui in Italia. Il nostro barocco si può ritrovare nel Castello di ICronborg (quello, per intenderci, dove Shakespeare collocò la lucida follia di Amleto), nell'Accademia di Charlottemborg, e nella Chiesa del Salvatore che ha un campanile con guglia a spirale, simile a quello che il Borromini ideò per la Chiesa di S. Ivo presso la Sapienza.

Dopo il nascere del classicismo danese ad opera dello scultore Wiedevelt e del pittore Als, gli artisti danesi scendono in Italia, misurano e studiano gli antichi edifici e, tornati nel loro paese, applicano i precetti classici ai più significativi elaborati architettonici della loro capitale.        

Vogliamo dire, con questo, che le correnti culturali tra l'Italia e la Danimarca furono sempre profonde, ma l'Italia fece da maestra (e non poteva essere altrimenti) ed attirò quale ape regina sciami di api in cerca del miele divino della bellezza.

Col passare degli anni, i pochi artisti isolati divennero legione: fu come una pacifica invasione di uomini assetati d'arte e di perfezione. Essi, d'altra parte, trovavano gente   ospitale e sole in abbondanza; e non meraviglia il fatto che, miti e bonari quali erano, divenissero preda contesa di accademie e di salotti. Una volta formatosi, questo rivoletto di artisti danesi e svedesi non si fermò più e continuò a defluire dal nord al sud, dalla nebbia dello Jutland al sole del Mediterraneo, quale benefica corrente.

Fu un Nilo in sedicesimo che rispolverò e vivificò le opere nostre; le quali noi, perché troppo assuefatti, tornavamo a vedere con altri occhi, come quando comprendiamo dagli sguardi di ammirazione dati alla donna che ci cammina al fianco, quanto essa sia bella, e come noi, poveri sciagurati, per lunga consuetudine ce ne fossimo quasi dimenticati. Del resto, gli artisti danesi non si contentarono di riportare in patria soltanto i loro disegni ed i loro quadri, ma dettero vita alla Glittoteca di Copenaghen, che è forse la più ricca d'Europa per quanto riguarda i personaggi di Roma e le sculture antiche.

I grandi pittori italiani sono degnamente rappresentati in Danimarca; e i Primitivi prima, Mantegna, Tiziano, il Parmigianino, il Guardi, il Tiepolo poi, illuminarono le sale, del Museo Nazionale di Copenaghen. All'apparizione di Thorvaldsen in Roma nel 1800, fece seguito quella di molti altri artisti che, prima abbeveratisi alle bellezze della città, sciamarono poi nei dintorni e più lontano. Costantino Hansen, Marstrand, Kukler, Blunck vanno a Tivoli, ad Olevano, ad Alatri, a Sora. 

Zahrtmann

E un certo giorno dell'anno 1883 Cristian Zahrtmann, forse proveniente da Alatri o da Sora, arriva per la prima volta in Civita d'Antino.

Chi può avergli detto che nella verde Valle Roveto esiste questo paese posto a più di novecento metri di altitudine, non servito né da una strada rotabile né da una ferrovia, e non visibile per giunta dal fondo della valle dove scorre il Liri? (La ferrovia nascerà soltanto nel 1900, e la strada nel 1910).

Forse fu qualche modella pescata al mercato di Sora a fare il nome di Civita; a quel mercato, il giovedì, andavano a vendere ed a comperare buona parte dei paesi della Valle Roveto.

Fors'anche, un giovane allievo maratoneta, partito di buon mattino, ha imboccato una mulattiera che pensava dovesse portarlo sui monti. E cammina cammina, a un certo punto ha visto sulla roccia un grande edificio che avrà chiamata fortezza, ma che in verità è un camposanto coperto e, più su ancora, proprio ai piedi dei monti, gli è apparsa Civita.

Giunse, annusò il terreno vergine, si riprecipitò indietro per riferire allo Zahrtmann: «Maestro, ho scoperto l'Eldorado dei pittori! Non c'è neanche la strada per andarci in carrozza, non c'è illuminazione: è un vero paradiso!».

Così lo Zahrtmann prima e, subito dopo, Joachim Skovgaard ed il Kroyer salirono al dilettoso monte nell'anno di grazia 1883.

Nacque in tal modo una Scuola o Accademia Danese in Civita d'Antino. Iniziatore e capo ne fu lo Zahrtmann che condusse lassù schiere di pittori e pittorelli sui quali imperava con bonaria tirannia.

Lo ricordiamo quasi sempre vestito di bianco, con un cappellaccio sformato sul cranio lucido, con gli occhi sempre sorridenti e, penetranti. Salutava tutti con cerimoniose scappellate, dal sindacò all'ultimo dei bifolchi. E ricordiamo di averlo visto salutare perfino un maiale chiamandolo «signor maiale». Certo, sapeva quanto preziosa fosse per i caprai e per i contadini la bestia, ingrassata con gli occhi e coccolata come un pascià!

Un bonario tiranno, dicevamo; e la Giulietta, che per più di trenta anni servì in Casa Cerroni, ove erano ospitati i pittori, imparando soltanto tre o quattro storpiatissime frasi danesi, ricorda tante cose del «Sor Cristiano» e dei suoi allievi.

Certo, non tutti i pittori si sottoponevano allo Zahrt-mann: c'erano gli arrivati, quelli che avevano già un nome, e questi non avevano certo voglia di farsi strapazzare dal maestro; ma anche su di essi l'imperio morale dello Zahrt-mann faceva presa.

Era nato a Ronne nel 1843, e perciò, quando salì a Civita, aveva quarant'anni. Per altri trenta seguitò a salirvi, divenendo così un'istituzione e quasi un complemento dei paesaggio.

Aveva frequentato l'Accademia di Copenaghen fino al 1868; e nel 1874 guadagnò la medaglia d'oro col cartone «Giobbe ed i suoi amici» ora al Museo di Stato. Insegnò pittura dal 1885 al 1908, esercitando una influenza decisiva sulle nuove generazioni. Trattò diffusamente il soggetto di Eleonora Cristina, l'infelice figlia di Re Cristiano IV, illustrandone la vita sì da creare un tipo divenuto classico nella coscienza nazionale.

Il Nostro amava il fasto ed il colore, e dipinse scene della morte di Cristiano VII, e vari quadri aventi per soggetto Aspasia.

Ma il suo ricco colorito (cosa nuova, per allora, nell'arte danese) veniva temperato dalla contenutezza, tutta danese questa, e dall'equilibrio con cui l'artista trattava i soggetti. Molto viaggiò in Grecia e in Italia. Qui la sua attività artistica somigliò assai a quella del gruppo preraffaellita in Inghilterra. Una volta scoperta Civita d'Antino, gli parve di dover metter fine al suo vagabondare, e si pose con entusiasmo giovanile ad esaltare e rappresentare l'opera dei campi ed il sentimento fortemente religioso, allora quasi pervaso di idolatria, dei montanari pastori.

È del 1890 un grande quadro «La festa di S. Lidano», composizione corale di vasto respiro nella quale egli sembra coglier il senso quasi barbarico e nello stesso tempo dolcemente umano che scaturisce dalle feste religiose in Abruzzo. I simulacri dei Santi, portati a spalla, schierati e rivolti verso il baldacchino giallo, di sotto al quale il sacerdote li incensa a turno; figure prone e ieratiche di uomini e di donne; e, a sinistra, una nuvoletta azzurrina sonorizza la visione, facendo quasi ascoltare a chi la contempla, lo scoppiettio rabbioso delle castagnole ed il rombo dei mortaretti

Ricordiamo un altro suo quadro, dove si è ritratto dinanzi al cavalletto, col suo cappellone bianco; intorno a lui, su uno sfondo di case rustiche dominate dalle due vette del monte Viglio, donne, uomini, bambini che lo guardano dipingere: i bambini seduti o accosciati per terra; le donne cogitabonde, coi loro alti busti e le ampie gonne.

Quando il terremoto del 1915 si abbatté sulla Marsica, già da qualche anno lo Zahrtmarm non veniva più a Civita, ché aveva ormai passata la settantina. Ma lassù, a Copenaghen, s'era fatto uno studio che aveva chiamato «Casa d'Antino». Fu buono e generoso, fece piantare dei platani nel piazzale della Fontana (che ora sono altissimi e grandissimi) e dispose per un lascito ai poveri.

Il Comune di Civita cercò di sdebitarsi dando il suo nome al piazzale dei platani, e nominandolo cittadino onorario.

Poi, nel 1917, disparve. Su di una parete della casa Cerroni che per tanti anni lo aveva ospitato, fu apposta una lapide dettata dal Rev. A.R. di Rocco che dice:

«IN QUESTA CASA / DIVENUTA PER LUI FERVIDO CENACOLO / D'INTELLETTUALITÀ E DI ARTE / TRASCORSE PER MOLTI ANNI / I MESI DEL SOLE E DELLA LUCE / CRISTIANO ZAHRTMANN / INSIGNE PITTORE DANESE / N. 1843 A UNE M. 1917 A KJOBENHAVN. / DI CIVITA D'ANTINO / CHE AMÒ COME SECONDA PATRIA / DIVULGÒ LE SINGOLARI BELLEZZE / NELLE SUE TELE MIRABILI / E CON COSPICUO GENEROSO LEGATO / MORENDO / SOVVENNE AI POVERI / LA CITTADINANZA MEMORE E GRATA P / XXX AGOSTO MCMXXXII».

Dopo la raffica del terremoto, riapparve qualcuno dei pittori danesi; Daniel Hvidt, per esempio, continuo per qualche anno il suo pellegrinaggio, e si adattò perfino a dipingere le casette antisismiche costruite nell'ex giardino di casa Ferrante, la quale era chiamata pomposamente «il Vaticano di Civita d'Antino».

Giovanni Joergensen, l'illustre Danese, cittadino onorario di Assisi, pubblicò nel 1928 «Nella terra di Sorella Morte» che è un accorato epicedio della Civita che fu. Egli, che aveva cantato così:

«Laudato sii tu, mi' Signore, per tutte le terre d'Italia /per il poco che ne conosco / per il molto che ne bramo conoscere», in una poesia che apre il libro suddetto, scrive:

«Eccomi ora, e guardo con occhio stupito e commosso

su le pareti, e leggo nome che segue a nome

dentro verdi corone, scritto: questo!, quest'altro!, ancora!:

tutti miei amici, tutti! Vela facemmo insieme

un dì da un porto stesso... Nell'animo trepido or sale

un brivido, leggendo nella straniera casa

la lingua dei giorni passati...»

È lo Joergensen che per la prima volta sale a Civita, subito dopo il terremoto, ed entra nella camera degli stemmi di casa Cerroni, e vi legge, tra calcinacci e, polvere, i nomi dei suoi amici.

A casa Cerroni si entra da sotto l'angiporto che sbocca a Porta Flora. La Porta è munita d'un grande e solido cancello di ferro, ora naturalmente sempre aperto, ma che nei tempi andati veniva chiuso la notte, e per paura dei briganti, e per premunirsi da cattive sorprese di pattuglie ora borboniche, ora garibaldine, che volevano veder le coccarde degli uomini di guardia e li facevano sudar freddo chiedendo a bruciapelo: «Viva chi?».

È una vecchia casa che però appare solida e ferrigna, pur se il terremoto vi aprì qualche crepa; a levante le fa da guardia un bellissimo tiglio, e alle piccole finestre occhieggiano i gerani. Dal pianterreno, dov'è una cucina enorme, per una scala di pietra si sale al piano superiore, e ci si trova in una saletta quadrata sotto la quale è l'angiporto di cui s'è detto innanzi. Quando c'è temporale, per la pronunciata pendenza della strada, questa diventa un torrente schiumeggiante che lambisce la soglia; e stando di sopra, par d'essere su di una nave, col mare in burrasca. Anche le peste dei muli che salgono e scendono cavando faville dal selciato, rimbombano nella saletta. Di qui si passa nella camera degli stemmi che ha la volta a vela; dalla finestra che guarda ad oriente, si vedono le belle montagne boscose di faggi.

Ci sono altre stanze, naturalmente, ma questa degli stemmi è quella che dà il tono e l'atmosfera alla casa.

Se vi voltate indietro, appena varcata la soglia, leggerete questa scritta sull'architrave della porta:

«LA DISTINTA CASA CERRONI RINGRAZIAMO REUNITI (sic) SCANDINAVI».

Le pareti, fino a mezza altezza, sono decorate con rame di quercia, ma quelle di tramontana e di ponente hanno sofferto per l'umidità, cosicché la decorazione è svanita, e con essa molti stemmi che risultano quindi indecifrabili. Gli stemmi, distanziati in ugual misura e tutti racchiusi da una fascia rosso mattone o azzurra che delimita la forma di scudo, sono 89.

Iniziatore di questa strana e caratteristica collezione fu lo Zahrtmann, che al centro della parete a nord-est dipinse nel 1883 il suo stemma; un modesto simbolo, più da signorina che da omaccione paffuto e rubicondo quale egli era: un foglio da disegno tenuto da puntine, e, sul foglio, un ramoscello di fiori. (La Giulietta ci ha raccontato che tra i pittori, una certa estate, c'era un bellissimo giovane dalla lunga chioma. Ma «Sor Cristiano », che pure sceglieva ad emblema un mazzolino di fiori, obbligò il giovane al taglio della chioma raffaellesca, sembrandogli che i lunghi crini attirassero troppo gli sguardi femminili, impedendo al pittore di dedicarsi con profitto all'arte.)

Questi stemmi sono interessanti, perché, in certo qual modo, dovrebbero svelare il carattere degli artisti che li affrescarono.

Ma, intendiamoci, non è tutt'oro quello che riluce; e vicino alla più commovente buona fede, troviamo la rettorica bolsa, e qualche volta anche la deliberata intenzione di prendersi giuoco dei posteri.

Del resto, fra tutti questi nomi, pochi sono quelli non sepolti dall'oblio, almeno qui da noi. Gli altri, come scritti sull'acqua, sono nomi di giovani e di vecchi che o non giunsero a dire una loro parola in fatto d'arte o ripeterono fino alla noia ciò che avevano imparato.

Edward Petersen sceglie per emblema una cicogna, mentre Henry Lorup si affida al ferro di cavallo; ecco che Ove Danneskiold effigia uno strano leone accosciato su una corona a cinque punte, con bandierine che gli spuntano tra le zampe. Altro leone disegna Ludvig Rovensberb, ma questo ha invece un'ascia.

Daniel Hvidt, modesto modesto, ritrae un tubetto di colore.

Questo Hvidt, che abbiamo conosciuto, era ed è un ottimo pittore che salì a Civita dal 1901 al 1920. A Civita si trovava il 13 gennaio 1915 quando il terremoto la distrusse quasi per intero, ed in quell'occasione fu eroico nel disseppellire i feriti. Lo Joergensen, nel libro già da noi citato, parla del mesto pellegrinaggio da lui compiuto a Civita, con la guida di Daniel Hvidt, subito dopo il cataclisma.

Nel 1952, in settembre, Hvidt è arrivato con un macchinone, proveniente da Venezia, sotto un temporale coi fiocchi. S'è trattenuto una notte ed un mattino, ha chiesto dei suoi modelli, ed ha regalato loro qualche cosa. E non avendo trovato a Civita la vecchia serva dei Cerroni, s'è fatto dare il suo indirizzo di Roma. Così una mattina, come un piccolo genio benefico, ha suonato alla porta, ha rivisto la donna che s'è messa a piangere, e le ha lasciato un biglietto da diecimila.

Eccoci ora a Joakim Skovgaard che, inieme al fratello

Niels, ebbe notevole influenza nell'arte decorativa moderna e decorò la cattedrale di Viborg; la sua impresa è un bambino in fasce con una spada nella mano sinistra. Qui ci si può domandare se c'è un simbolo nascosto o se, meno misteriosamente, si tratta di un banale errore.

P.S. Croyer sceglie un rametto di alloro: ecco un uomo sincero e senza falsa modestia, che è conscio del suo valore. Era nato nel 1851 a Stavanger e morì nel 1909. Fu un illustre scultore, pittore, incisore. Un suo quadro «Trebbiatura negli Abruzzi» è al Museo delle Arti. A Parigi lavorò presso Bonnet, e fu anche in Ispagna. Il celebre quadro «Le notti bianche a Skagen» è suo, e si trova attualmente al museo del Lussemburgo a Parigi.

Ernstine Nyrop scrive il suo nome intorno ad una bella lumaca, e accanto, Tom Petersen ritrae un fiasco. Kristian Ross dipinge un uomo che sorregge il globo, e Johan Roh-de un altro uomo nudo, con alfa nella destra ed omega nella sinistra. Gunnar Boriesen elegge il gallo, Paul Christian-sen una palma, Anders Trulson una corona funeraria. Povero Trulson ! Egli non fa davvero della rettorica... Era un tipo

alto, col viso affilato, reso ancora più aguzzo da una barbetta a punta; e quando dipinse il suo stemma sapeva d'essere malato gravemente. Infatti morì a Civita, e fu sepolto

nel vecchio camposanto, tra edere e lucertole...

Andiamo avanti: Peter Hansen sceglie una ciotola piena di pennelli, S. Danneskjol un cigno, Knud Sinding un bambino coricato, tenuto per la sinistra da una mano che spunta dal nulla, mentre un'altra mano fantomatica gli sta sul capo, in segno di protezione.

G.F. Clément dipinge nel suo stemma un ramo di campanule, mentre Johannes Krach, con diabolico ermetismo, ci ammannisce un ferro da ricci appoggiato su una spiritiera ;

Cristofer Sinding-Larsen adotta una lampada accesa, Kain De Hlocker un rametto di trifoglio, Dage Lahmann un braccio che regge un'ancora, Waldemar Leeb-Lundberg una testa bifronte, Frederik Friis un cavallo. (È una omonimia, o non si tratta di un pittore, ma dello scrittore che commentò e curò l'opera omnia di Brahe Tye, detto Ticone in italiano?).

Ancora: W. Thome, una medusa; M. Nyrop ritrae un uomo tra due donne alle quali dà le mani, la luna ed una stella; Bentzen Billvist, un nido con tre uccellini e la loro mamma; Kristen Kolbo, pennello e raschino incrociati; Oluf Hartmann, cane (o montone?) accosciato con sotto la scritta «Dichens» ; Niels Petersen-Mols, testa di mucca; Lare Jore, maschera scenica; Theodor Philipsen, due zoccoli olandesi tra i quali sprizza una fiamma.

Mentre annotiamo i nomi e descriviamo i simboli, c'è un grande silenzio nella vasta casa ed è un pomeriggio di settembre. Ma lì, nella stanza quadrata, sentiamo di non essere soli: tutti quei simboli ci guardano e ci seguono, anzi ci pare che da dentro gli stemmi s'affaccino, come da un finestrino ogivale capovolto, i visi attenti ed anche ironici degli Scandinavi «andati innanzi». E qualcuno, con la barbetta nera a punta o con i capelli rossi ci dà un leggero brivido.

Quanto lavoro, quanti sogni, quante vite! E come ci sembra di cogliere, stagnante nell'aria, il buon odore dei colori spremuti sulle tavolozze brune!

Se tutti costoro, per miracolo o per sortilegio, uscendo da questa stanza li ritrovassimo adunati nel vicino salone, dove pranzavano e dove facevano posare i modelli? C'entrerebbero tutti?

Ci piacerebbe domandare ad Agnese Skovgaard perché nel suo stemma dipinse un limone; ad Anna Rink perché disegnò una donna che, col capo coperto da un panno nero, vicino ad una monumentale macchina fotografica, mette a fuoco qualche cosa.

Chiederemmo a Knud Sinding il perché del bambino vegliato da due mani, e a Krach (con molta severità) la ragione del ferro da ricci posato sulla spiritiera...

Ci sono due grandi olii di Zahrtmann in questo salone. Uno, dipinto su tavola (la tavola s'è spaccata longitudinalmente, proprio a metà) raffigura S. Lidano di Avella che nacque a Civita.

Il Santo, vecchio ma rubicondo, è avvolto in un piviale verde, con pastorale e mitria, e siede su un tronetto. Nella sinistra ha un vasetto con dentro i vividi e metallici cardi civitani del colore dell'ametista. Nello sfondo, la chiesa seicentesca e la torre dei Colonna; sotto, la scritta: «S. Lidanus abbas Civis».

La tavola era nella chiesa di S. Lidano, ma andata la chiesa in rovina, venne custodita qui. Anche nella stessa chiesa era questa grande tela datata 1893, con Madonna e Bambino, d'intonazione amaranto-violacea.

In origine era il ritratto di una prosperosa popolana che teneva per le mani il bambino in piedi davanti a lei. Il quadro «Berenice» che è in un libro di riproduzioni di opere dello Zahrtmann è simile a questo: stessa posa, stessa fisionomia. Soltanto, la donna portava busto e corpetto. Qui il busto è scomparso per dar luogo ad una specie di tunica, e sul capo della donna e del putto appariscono aureole dorate. Notiamo anche un bel pastello di Kroyer datato 1890,

raffigurante un membro di casa Cerroni, ed un olio di Giovanni Kragh, con testa di donna, incredibilmente fresco e laccato.

In questa antica casa, dunque, vissero ed operarono ottimi paesisti e ritrattisti. I panorami di Civita, la trebbiatura del grano, le processioni, le donne alte e belle e gli uomini dallo sguardo assorto riempiono le gallerie di' Danimarca. Di questo, i Civitani sono fieri. Peccato, però, che il rivoletto dei pittori si sia inaridito! Se tornassero, troverebbero che Civita è bella così come apparve allo Zabrtmann. L'illustre Joergensen ha chiamato Civita «città danese»

ed ha scritto così:

«C'è Civita d'Antino, la cittadina di Zahrtmann, il grande paesista. La sua opera è divenuta così popolare da far dire a noi Danesi la nostra Civita d'Antino».

Ritorna all'indice  ( Pittori Scandinavi )