Dai Conti D’Albe ai Colonna

 

In un testamento redatto a Morino nel 1383 e conservato in una pergamena di Trisulti (Frosinone), la testatrice desiderò che ai suoi funerali partecipassero tutti i Sacerdoti di Valle Roveto (ancora Vatlis Urbeti), da Pescocanale in giù. Incomincio il capitolo con questa notizia per ribadire la mia convinzione che i limiti a nord di Valle Roveto erano già da molti secoli ben definiti.

Essi non andarono mai oltre Pescocanale. Inoltre, come appare dall'accennato documento e da molti al­tri, la Valle Roveto continuò a chiamarsi nel secolo XIV e nel secolo XV Vallis Urbeti. Tuttavia l'antico nome si andò sempre più trasformando per passare poi alla nuova denominazione, che fu la definitiva, di Valle Roveto; durante i secoli della trasformazione si chiamò anche, come risulta da pergamene e da inventari, Valle Orveto o d'Orvieto.

Ma a chi appartennero i paesi di Valle Roveto nei secoli che videro regnare nel Regno napoletano angioini e aragonesi? I do­cumenti e gli atti notarili del tempo sono chiari e non ammettono discussione: da Pescocanale a Valle Sorana (Balsorano) le nostre popolazioni seguirono le sorti del Comitatus Albae, della Contea di Albe. Nell'Archivio di Trisulti sono conservate per fortuna moltis­sime pergamene, redatte dai notai di Valle Roveto in occasione di compre, di vendite, di lasciti, ai tempi di Carlo II D'Angiò, di Ro­berto, di Giovanna I, di Margherita, di Ladislao, di Giovanna II:da quegli atti risulta che i nostri paesi non cessarono mai di appar­tenere al Comitatus Albae. I paesi sono sempre gli stessi: quelli che già sono entrati nel­la storia dagli anni che seguirono il Mille.

Nel 1305, come ho già accennato altrove, contessa di Albe e perciò anche di Valle Roveto era Filippa di Celano. Nel 1308, in un Registro dell'Archivio Segreto Vaticano sono elencate molte chiese sparse qua e là nei centri e nelle campagne di Valle Roveto: alcune di esse sono oggi un lontano ricordo. lo le riporto in questa rapida storia della nostra terra per ricordare ai miei lettori come le popolazioni della Valle Roveto furono, in quel­le epoche, profondamente religiose.

Nel documento vaticano del 1308 sono ricordate le chiese di S. Paolo, di S. Angelo e di S. Silvestro in Roccavivi, le chiese di S. Giorgio, di S. Andrea, del Santo Padre, di S. Pietro, di S. Gio­vanni, di S. Maria dei Sassi (Ridotti), di S. Benedetto in Pescasino, del Monastero di S. Angelo (la Grotta di S. Angelo), di S. Nicola, tutte in territorio di Balsorano.

La chiesa suddetta di S. Giovanni del documento sarà stata forse quella di S. Giovanni Valleroveto? Di Morrea sono ricordate con altre chiese quelle di S. Angelo e S. Restituta; di Castronovo la chiesa di S. Nicola; di Rendinara la chiesa di S. Giovanni; di Morino la chiesa di S. Pietro; di Meta le chiese della Trinità e di S. Savino; di Civitella la chiesa di S. Benedet­to; di Canistro le chiese di S. Croce, di S. Vito e di S. Salvatore; di Pescocanale la chiesa di S. Maria; di Civita d'Antino (confusa, io penso, con Atina) le chiese di S. Pietro, di S. Maria del Ceppato e di S. Stefano. In un Registro di Roberto d'Angiò del 1316 le terre di Valle Ro­veto appartenenti alla Contea d'Albe erano le seguenti: Peschio Ca­nale, Civita d'Antina, Morrea, Valle Sorana, Morino, Rendinara, Ca­stelnuovo (cioè Castronovo), Meta, Civitella e Canistro.

Nell'elenco non ne manca nessuno dei nostri paesi sempre com­parsi in altri documenti ed in altri elenchi. Nell'elenco non è inclusa Roccavivi, perché forse non ancora distaccata completamente da Sora. S. Vincenzo e S. Giovanni non vengono nominati perché allora e an­cora per molto altro tempo saranno considerati dei casali di Morrea. Così i due paesi sono tacitamente compresi con Morrea.

In un libro della chiesa di Avezzano, come ci tramanda Muzio Febonio, erano descritti i confini della Contea di Albe: secondo la de­scrizione, essi giungevano fino agli Staffoli di Sora, vale a dire a poca distanza da Sora. Di conseguenza la Valle Roveto era tutta compre­sa nella contea. A quale regione, o meglio a quale provincia appartenne Valle Roveto durante la dominazione angioina? Nessun dubbio sulla ri­sposta.

Essa appartenne fin dal 5 ottobre del 1273 all'Abruzzo Ultra, alla provincia posta al di là del fiume Pescara, come sappiamo dal diploma di Carlo d'Angiò, datato dalla città di Alife. E mi pare opportuno riportare qui i nomi delle nostre terre che fdcevano parte del Giustizierato d'Abruzzo, Aprutii ultra flumen Piscariae: Vallis Sorana - Civitas Antinae - Castellum Novum - Morreum - Rocca de Vivo - Rendinaria - Meta - Civitella - Castrum ­ Capranica - Pesclum Canale. Nel Cedolario dei fuochi del 1415, al tempo della regina Gio­vanna II, le ultime terre dell'Abruzzo ultra flumen Piscariae verso la Valle di Sora erano «Vallesoranum et Morrea de comitatu Al­bae.»  Sono nominati nel Cedolario, data la posizione geografica del­le due località, soltanto Balsorano e Morrea, perché i due paesi era­no le due ultime terre più vicine a Sora, da dove cominciava allo­ra un'altra provincia, cioè Terra di Lavoro.

Dal documentario chiarissimo balzano fuori due verità inop­pugnabili: primo, Balsorano rappresentava sempre l'estremo con­fine meridionale di Valle Roveto; secondo, le due terre di Morrea e di Balsorano erano considerate parti integranti della Contea di Albe. Alla provincia di Abruzzo Ultra apparterrà Valle Roveto fi­no al 1860, fino alla proclamazione dell'Unità d'Italia. Il secolo XIV non fu certo un secolo tranquillo nella storia d'Ita­lia e della Chiesa; e tanto meno per il Regno di Napoli. In quegli anni si moltiplicarono le prepotenze, si avvicendarono i più loschi avventurieri e sempre continuarono le guerre a turbare  la pace delle nostre popolazioni.

È meglio ancora una volta che notizie particolareggiate sulla nostra valle non ci siano pervenute, per non essere obbligati a nar­rare i disagi e le difficoltà a cui furono condannate anche le nostre terre. Ma come non dovette risentire dei gravi mutamenti di quei tem­pi Valle Roveto, in ogni circostanza terra di passaggio obbligatorio, in tempi in cui si perpetravano alla corte degli angioini i più efferati delitti, in una innominabile storia di odi, di disordini, di brutali as­sassini, di pugnali e di veleni, di congiure di palazzo?

Alle carestie che si verificavano in continuazione, alle pestilenze che decimarono i poveri paesi del Mezzogiorno, si aggiungevano, nell'infausto periodo delle Compagnie di ventura, i saccheggi di orde armate, di bande mercenarie, come quelle di Lando, calate dal nord o venute dal sud a distruggere o a spogliare le nostre inermi popola­zioni.

E quando la rivolta in Abruzzo, stanco della pressione fiscale e tirannica del governo centrale, dilagò sotto gli angioini dappertut­to, e accorrevano truppe mercenarie a reprimere i moti e a punire i ribelli, la Valle Roveto fu la prima terra a sentire la vendetta ineso­rabile della tirannide e del dispotismo, sempre pronti a soffocare nel sangue la voce della libertà. In quelle epoche tristi le campagne restarono deserte, i generi di prima necessità divennero introvabili, le lotte sociali aumentarono e una crisi spaventosa piombò sulla società sofferente, né si vide una via di rinascita che arrestasse tanta decadenza materiale e morale.

Gli Orsini ora dominano la nostra terra: li troviamo non solo nel­la Contea di Tagliacozzo ma anche nella Contea di Albe. I re di Na­poli seguitano a chiamarsi conti di Albe. Quando Roberto d'Angiò morì il 29 gennaio 1343, lasciò nella Contea d'Albe in Abruzzo la nipote Maria, figlia di Carlo suo figlio e suo vicario, già morto. Così i conti di Tagliacozzo sono anche i conti di Albe, però gli 3tti dei notai di Valle Roveto nomineranno soltanto il Comitatus Albae. Valle Roveto intanto torna ad essere interessata alle vicende che senza soste si inseguivano sanguinose nel Regno di Napoli.

Gli Orsi­ni che prendevano ora le parti dell'uno ora quelle dell'altro preten­dente al trono di Napoli, non una volta sola attraversarono con le loro milizie la Valle Roveto. E quando la prima volta Ladislao fu scon­fitto, egli dové battere in ritirata e passando per Valle Roveto raggiun­gere precipitosamente Tagliacozzo ed ivi fortificarsi e difendersi. Ladislao, che fu aiutato dagli Orsini in quella difficile circostan­za, compensò gli Orsini con altri feudi e con onori.

Nel 1404, con diploma di Margherita, madre di Ladislao, Gia­como Orsini ebbe Capistrello, Pescocanale, Canistro, Civitella, Civi­ta d'Antino e Meta.  Il giorno dopo, la stessa regina, il l0 giugno, assegna all'Orsini una pensione annua da pagarsi con le collette di Capistrello, Pesco­canale, Canistro, Civitella, Civita d'Antino e Meta, spettanti alla Con­tea d'Albe. Con altro decreto dello stesso giorno la regina fa investire Gia­como Orsini delle suddette terre con tutti i diritti inerenti.

Con diploma anche del l0 giugno 1404, la regina Margherita con­dona a Giacomo Orsini, conte di Tagliacozzo, per un anno i fiscali e l'Adolia, dovuti alla Regia Camera, per le terre di Capistrello, Pescocanale, Civitella, Civita d'Antino e Meta, con ordine agli e­sattori di non molestarlo. Nello stesso giorno la regina abilita l'Orsini a ricevere il giuramento di fedeltà dai nuovi vassalli della Contea di Tagliacozzo. Infine, il 10 giugno del 1404, la regina dà notizia alle Univer­sità di Capistrello, Pescocanale, Canistro, Civitella, Civita d'An­tino e Meta, di aver accordato l'annua pensione di trenta once a Giacomo Orsini, conte di Tagliacozzo, da prelevarsi dai fiscali ad essa dovuti.

Tuttavia Valle Roveto seguita a far parte della Contea di Albe. Nell'Archivio di Trisulti esiste una copia di un indulto della regina Margherita, madre di Ladislao, firmato a Salerno l'8 aprile del 1408. In questo indulto la regina, che viene chiamata nel do­cumento anche contessa di Albe, ad una istanza di un certo Luigi Antonelli, di Civita d'Antino, residente a Castronovo, Vallis Ur­beti de Comitatu Albae, rispondeva confermando il possesso dei beni feudali che il detto Antonelli possedeva a Civita d'Antino, a Civitella, a Meta, a Morino, a Castronovo e a Rendinara, terre tut­te comprese, come si esprime il documento, nel territorio della Con­tea di Albe.

L'indulto è di Margherita, ma è emanato in nome del figlio Ladislao Durazzo, che regnava già da 22 anni. Infatti, era salito al trono nel 1386. Ma a chi doveva ubbidire in quegli anni Valle Roveto? Era diventata ordinaria in quei tempi l'altalena del comando! Così, mentre si succedevano a ripetizione i privilegi e gli indulti dei Du­razzo a favore degli Orsini, ecco, nel 1409, altro mutamento di scena. Con Bolla del 13 agosto 1409 l'antipapa Alessandro V stabi­liva che la Contea di Tagliacozzo fosse separata dal Regno di Sici­lia e perdonava Giacomo Orsini, che aveva seguito le parti di re Ladislao.

Pochi giorni dopo, il 24 agosto di quello stesso anno, anche l'angioino Ludovico II, che era stato riconosciuto da Alessandro V come legittimo successore della corona di Sicilia, perdonò Giacomo Orsini per i delitti di lesa maestà, concedendogli tre anni di tempo per emendarsi. Il giorno dopo lo stesso re concedeva a favore di Giacomo Orsini Tagliacozzo d'Albe, come si esprime il docu­mento.

Tali privilegi, penso, rimasero solo sulla carta e dovettero du­rare brevissimo tempo, perché gli avvenimenti precipitarono. Infatti dopo la morte improvvisa di Ladislao, avvenuta nel 1414, salì sul trono di Sicilia Giovanna II; e, per conseguenza, Ludovico II, de­luso e sfiduciato, ritornò in Francia, abbandonando l'impresa e o­gni diritto. Intanto con l'assunzione al Pontificato di Martino V, Oddone Colonna, nel 1417, volgeva al tramonto la stella degli Orsini e crescevano in autorità i Colonna. Successe un periodo di grande incertezza e di confusione, per cui le sorti di Valle Roveto non furono per lungo tempo ancora segnate.

Bisognò arrivare solo al 1497 perché la nostra valle fosse, almeno per il versante sulla destra del Liri, definitivamente asse­gnata ai Colonna. Non è facile ricostruire le fila di una storia già oscura, i cui documenti sono andati in parte dispersi e in parte distrutti. Fin dal 1419 Martino V, forse in seguito alla separazione della Contea di Tagliacozzo, e quindi anche di Albe dal regno di Si­cilia, come già aveva stabilito nel 1409 l'antipapa Alessandro V, con­cesse a Lorenzo Colonna, Camerlengo del Regno di Sicilia, la Contea d'Albe.

E la regina Giovanna, il 27 ottobre del 1427, accordò diversi privilegi agli abitanti di Albe, feudo di Renzo Colonna, fratel­lo di Martino V. Lorenzo Colonna, che morì nel 1423 in un castello d'Abruz­zo, aveva avuto in moglie Sveva Caetani, figlia di Iacobello Cae­tani, conte di Fondi. Sveva, infatti, è detta contessa d'Albe nei documenti dell' Archivio Caetani. Alla morte di Martino V, questi, a prevenire, come dice il Cantelori, ogni questione che potesse sorgere fra i suoi discenden­ti, con atto del 1° febbraio del 1427 aveva assegnato ad Odoardo, figlio di Lorenzo, le contee di Albe e di Celano.

E il 21 febbraio del 1432 la regina Giovanna confermava ad Odoardo della Colonna, duca dei Marsi e conte di Albe e di Ce­lano, le terre che un tempo erano state concesse a Lorenzo Colon­na, conte d'Albe e gran Camerlengo del Regno di Napoli. Tra esse figurano Civitella e Castelnuovo della Valle (si tratta certa­mente di Castronovo). Non c'è da meravigliarsi che diventi a questo punto confusa la storia della Contea di Albe, se si pensa che nel regno c'è il caos e che solo spregiudicati avventurieri e feudatari ambiziosi dispon­gono, come vogliono, di una regina debole e incapace.

Furono sicuramente in disgrazia in quel tempo gli Orsini, anche se nell'Archivio di famiglia appaiono per questi anni do­cumenti comprovanti il loro legittimo titolo di conti di Taglia­cozzo e di Albe. Purtroppo le incertezze che dominano nel Regno si riper­cuotono nella provincia, per cui innocue e indifese popolazioni, come quelle della nostra Valle Roveto, facente parte della Contea di Albe, risentono le dure conseguenze di un regime in dissol­vimento. Intanto si sono affacciati nella storia di un regno tanto tra­vagliato gli aragonesi di Spagna.

Quando, infatti, scomparve nel 1435 Giovanna II, che era stata preceduta nella tomba di qualche anno da Luigi III d'Angiò, da lei designato alla successione, l'aragonese Alfonso V, il nuovo pretendente alla corona, sperò di salire presto al Regno di Napoli. Dopo varie peripezie e dopo la sua sconfitta a Ponza e la sua liberazione, voluta dal suo carcerie­re, cioè da Filippo Maria, duca di Milano, finalmente Alfonso V diventò nel giugno del 1442 re di Napoli.

Ormai una nuova dinastia si era stabilita a Napoli, anche se l'avvento degli aragonesi non farà desistere la Francia dalle sue pretese sul Regno napoletano, per cui essa tenterà poi nel 1494 di riconquistarlo con Carlo VIII. Con l'avvento al trono ricostituito di Sicilia e di Napoli di Alfonso V, riappaiono i privilegi di Casa Orsini. Porta proprio la data del 1442 un diploma di Alfonso che accorda a Giovanni Antonio Orsini, conte di Tagliacozzo e di Albe, il privilegio di poter trasferire, qualora non avesse figli maschi, l'eredità dei be­ni feudali alle figlie femmine. In altro documento dell'Archivio Orsini del 21 luglio del 1447 Giovanni Antonio Orsini è detto Tallacotii et Albae Comes: con­te di Tagliacozzo e di Albe.

C'è di più. Il 21 giugno del 1450, Alfonso d'Aragona, per in­tercessione di Nicolò V, accorda la grazia del perdono a Giovanni Antonio Orsini, sempre conte di Tagliacozzo e di Albe, ed anche ad Angelo Orsini. Perché? Perché essi avevano combattuto il re Alfonso ed avevano commesso delitti e rapine. Il re accordò non solo il perdono, ma ordinò con diploma alle autorità del Regno ed al giustiziere d'Abruzzo di rispettare e non molestare i sopraddetti Orsini.

Dopo quanto abbiamo esposto, se vediamo investiti delle terre della Contea di Albe, a cui appartenne sempre Valle Roveto, ora gli Orsini ora i Colonna, ciò dipese dall'appoggio che le due fami­glie principesche romane diedero ai durazzeschi o agli angioini pri­ma, agli angioini o agli aragonesi poi, dopo la morte di Giovanna II. In questo periodo, che va dagli ultimi anni del regno di Giovan­na II fino al 1497, possiamo affermare che la Contea di Albe, e perciò le terre di Valle Roveto, pur facendo ancora parte dell'antica Contea di Albe, contesa dagli Orsini e dai Colonna, furono soggette direttamente al re di Napoli. Solo nel 1463 per il versante sinistro, nel 1497 per il versante destro, sempre seguendo il Liri, si decisero le sorti di Valle Roveto. Nel 1463, la Baronia di Balzerano (Balsorano) venne concessa ai conti di Celano.

La Baronia comprendeva allora, oltre a Balsora­no e a Morrea con Castronovo, S. Vincenzo e S. Giovanni, anche Civita d'Antino. Maria, nipote di Ferdinando l d'Aragona (1458-1494), re di Napoli, aveva sposato nel 1463 Antonio Piccolomini, nipote di Pio II. Il re Ferdinando per mostrare riconoscenza sia al Papa che lo aveva aiutato nella lunga guerra, sia a suo nipote Antonio di tanti servigi personali, diede in dote a quest'ultimo, nel 1464, il Du­cato di Amalfi, la Contea di Celano e la Baronia di Balsorano.

Ma­ria era figlia di una sorella di re Ferdinando di Aragona. Come dice l'Antinori, Napoleone Orsini, condottiero delle gen­ti di Papa Pio II, recuperate Arpino, 1'Isola e Sora, marciò contro Ruggerotto, conte di Celano, che aveva, con l'aiuto delle armi di Piccini no, privato del dominio e chiuso in carcere la madre. In bre­ve tempo gli tolse la tirannide, e, come aveva decretato il re Fer­dinando, consegnò la contea ad Antonio, nipote del Papa, in quan­to figlio di Laudomia, sua sorella, e di Nanni Tedeschini del Con­tado Senese. Nel 1469, Antonio d'Aragona Piccolomini, conte di Celano, era Governatore Generale dei due Abruzzi e Gran Giustiziere del Regno.

Nel 1503 poi Consalvo di Cordova, Gran Capitano del re di Spagna, confermò ad Alfonso Piccolomini d'Aragona, duca d'A­malfi, non solo il Ducato di Amalfi, ma anche la Contea di Celano e la Baronia di Balsorano. E torno alla Contea di Albe. Nel 1463, il 15 gennaio, Ferdinando I avvertì i suoi ufficiali d'Abruzzo di aver nominato Roberto Orsini Governatore di giu­stizia e gli affidava l'incarico di sedare la ribellione che vi era scop­piata.

Roberto Orsini era conte di Tagliacozzo e di Albe. Il 20 marzo del 1464, Ferdinando investì in perpetuo i fratel­li Napoleone e Roberto Orsini e i loro eredi delle contee di Taglia­cozzo e di Albe. In questi anni compare nella nostra regione uno dei capitani più famosi del tempo: Fabrizio Colonna. Ferdinando I (ammi­nistrava allora direttamente le nostre terre), nel 1481, concesse a Fabrizio, che aveva incominciato a militare nei suoi eserciti, la Con­tea di Albe e di Tagliacozzo.

Però, nel 1484, avendogli Fabrizio dimostrato in più di una occasione la sua ostilità, il re ritolse al Co­lonna la contea e la diede di nuovo ad un Orsini, propriamente a Virginio Orsini, dichiarato avversario dei Colonnesi. Ed è precisamente del 1° agosto di quell'anno il giuramento di fedeltà che prestano a Garzia Bethel, Commissario di re Ferdinan­do, Francesca, moglie di Gentile Virginio Orsini, conte di Taglia­cozzo e di Albe, e Giovanni Giordano, suo figlio.

In quella occa­sione prestano giuramento in Albe, come dice il documento, i sin­daci massari di due paesi di Valle Roveto: Canistro e Civita d'An­tino. Sindaci e procuratori dell'Università e degli abitanti di Cani­stro furono Tutius Mancinus e Antonius Ferrotius. Sindaco e mas­saro di Civita d'Antino era Angelus Philippi. Ma un avvenimento, di grandi proporzioni, funestò l'anno se­guente tutto il Regno di Napoli: la congiura dei Baroni.

Come tutte le province del Mezzogiorno, anche l'Abruzzo fu subito in fiamme. Ferdinando I si affrettò immediatamente a mandare anche in Abruzzo le sue truppe e i suoi capitani fedeli «per la conservatione di quelle terre nostre fedele, et offensione de li inimici et terre no­stre rebelle.» Alla rivolta partecipavano quasi tutte le terre d'Abruzzo: la città dell'Aquila, Giulianova, Vasto, Albe, Tagliacozzo, Celano.In quella guerra, che divampò violenta anche in Valle Roveto, la Contea d'Albe e di Tagliacozzo veniva tolta con le armi a Vir­ginio Orsini da Fabrizio Colonna, mentre la Contea di Celano con Balsorano era ripresa al duca d'Amalfi Antonio Piccolomini da Ruggerone Accrocciamuro, tornato improvvisamente dall'esilio.

Alla fine della guerra, che aveva portato con sé la congiura dei Baroni, anche per l'intervento e i buoni uffici del duca di Calabria, gli Orsini e i Colonnesi vennero ad un accordo. I primi rioccupavano la Contea di Tagliacozzo e di Albe e in cambio rila­sciavano ai Colonna Lavinia. Inoltre, con la pacificazione di tutto l'Abruzzo, Celano e Bal­sorano tornarono ai Piccolomini e Ruggerone riprendeva la via dell'esilio.

La pacificazione però doveva essere di breve durata. Stava per iniziare il lungo duello franco-spagnolo per il possesso dell'Italia meridionale. Nel 1494 calava con un forte esercito in Italia ed entrava vit­torioso in Napoli Carlo VIII: con lui tornava a far parlare di sé nella nostra terra Fabrizio Colonna. Egli, che aveva parteggiato per i francesi a principio di quella campagna, si riconciliò presto con Ferdinando II, allora re di Napoli, con la promessa di riavere da costui l'investitura della contrastata Contea di Tagliacozzo e di Albe.

Almeno fino all'anno 1493, come risulta dalle pergamene del­l'Archivio Orsini, questi continuarono ad essere conti di Taglia­cozzo e di Albe, e perciò non c'è dubbio che anche Valle Roveto rimase fino a quella data sotto il dominio degli Orsini. L'anno 1495, l'anno della partenza di Carlo VIII dall'Italia, tornavano gli aragonesi a Napoli, ma gli aderenti al partito fran­cese avevano solo provvisoriamente deposto le armi e speravano sempre nella riscossa e in un ritorno di re Carlo in Italia. Essi si tennero in continui rapporti col re francese e furono sempre pronti a riprendere le armi.

Prova di quanto vado dicendo fu una secon­da congiura dei Baroni, meno nota, ma non meno importante; i patti firmati dai congiurati ci sono noti da una copia inviata al duca di Ferrara e tuttora conservata nell'Archivio Estense. La riunione dei congiurati ebbe luogo il 5 agosto del 1496 nel­la rocca del castello di Isola del Liri, allora Isola di Sora (Fro­sinone), a 6 chilometri da Sora.

Erano presenti Graziano de Guerres, capitano di Carlo VIII negli Abruzzi, Sigismondo e Ferrante Cantelmo, figli del duca di Alvito (Frosinone), Giovanni Della Rovere, Prefetto di Roma e duca di Sora, Cola Alfonso di Monfort, conte di Campobasso, Giovanni di Monfort, Federico di Monfort, Giovan Battista Carac­ciolo, Achille di Tocco, Carlo Gambacorta, Carlo Caraffa con suo flglmolo, «lo Pitiano de la Bora », messer Alfonso Siponte greco, Ippolito Cantelmo, nipote del duca di Alvito e Raffaele Della Ro­vere, nipote del Prefetto. Gli intervenuti giurarono di conservare, al servizio del re di Francia, tutte le terre eventualmente conquistate.

Né gli Orsini né i Colonna fra i congiurati, ma da altre fonti è storicamente certo che al re di Napoli si era ribellato Virginio Or­sini. Infatti, suo figlio Giovanni Battista, forse quello che giurò nel castello di Isola nel 1496, aveva sposato Francesca, figlia di Roberto Orsini, duca di Tagliacozzo e di Albe. Sappiamo invece che i Colonna erano tornati al servizio dei re di Napoli e Fabrizio, come è stato già accennato, diventava nel 1497 definitivo conte di Tagliacozzo.

Non è una ipotesi campata in aria, ma certo un fatto la preca­ria situazione degli abitanti di Valle Roveto in quell'epoca turbino­sa. Chi sa quale andare e venire di messaggi, di capitani e di arma­ti in quei giorni per la nostra valle, e quale incertezza regnò nel­l'animo di una gente, soggetta al sopruso di principi che si alter­navano continuamente, usa da tempo alle prepotenze dei forti e alle spoliazioni delle milizie dei grandi capitani di allora! Erano epoche di ambiziosi che si combattevano spietatamen­te; erano epoche di tradimenti, di congiure, di avventurieri; era­no fazioni che si azzuffavano in ogni regione.

Molto probabil­mente si era sospinti dagli eventi a prendere le parti, pur non vo­lendolo, di questa o di quella Casa, di questo o di quel feudatario, di questa o di quella fazione. Ferdinando II non poté mantenere la promessa a Fabrizio Co­lonna onde compensar lo degli aiuti ricevuti nella guerra contro Carlo VIII, perché morì nel 1496. La promessa della investitura delle terre d'Abruzzo ai Colonna fu mantenuta nel 1497 da Fede­rico, figlio di Ferdinando II. Per gli aragonesi ormai, gli Orsini, per delitto di fellonia, era­no decaduti dalla Contea di Tagliacozzo e di Albe.

Così il 6 luglio del 1497 Fabrizio Colonna divenne conte di Tagliacozzo e di Albe e tu investito contemporaneamente delle baronie di Carsoli e di Ci­vitella Roveto. Pertanto dal 1497 appare documentata sede di baronia Civi­tella Roveto, ma io suppongo che non lo sia diventata improvvi­samente e solo nell'anno in cui avvenne l'investitura dei Colonnesi. A nulla approdò la guerra che i figli di Virginio Orsini mos­sero ai Colonna; vinti gli Orsini nella battaglia di Monticelli nel 1498, dopo il giudizio del re di Napoli, furono assegnate le nostre terre ai Colonna.

Nel 1500 però Giovanni Giordano Orsini, che era del partito francese, profittando della guerra tra Francia e Spagna, riuscì a imporre di nuovo per qualche tempo la dominazione della sua Casa in Tagliacozzo e in Valle Roveto. Non solo; ma per breve tempo furono dominati dagli eserciti francesi anche l'Abruzzo e parte del­l'Italia meridionale. Senonché, dopo le vittorie di Cerignola e del Garigliano (1503), la Spagna tornò a dominare e i Colonnesi tornarono, definitivamente questa volta, nel 1504, in possesso di Tagliacozzo e di Valle Roveto.

Con diploma di Ferdinando il Cattolico del 28 novembre di quel­l'anno 1504, Fabrizio Colonna fu investito del Ducato di Tagliacozzo e della Baronia di Civitella Roveto. I Colonna, divenuti così duchi di Tagliacozzo, con la scomparsa anche nominale della Contea di Albe, furono i signori di Valle Ro­veto. Civitella Roveto, come già è stato detto, fu il capoluogo della Ba­ronia di Valle Roveto, e comprese, oltre Civitella, le terre di Pescoca­nale, Canistro, Meta, Morino, Civita d'Antino, Rendinara e Roccavivi.

Ai Piccolomini restarono invece sempre Balsorano, Morrea, Ca­stronovo, S. Vincenzo e S. Giovanni. Solo nel 1806 con la fine del feu­dalesimo scomparvero da Valle Roveto le due famiglie feudatarie. E ritengo opportuno ricordare in questa mia storia i duchi che dai lontano 1497 si successero ininterrottamente nel ducato di Taglia­cozzo, di cui fecero parte fino al 1806 Civitella Roveto e la sua baronia.

Al capitano Fabrizio (1520), padre della celebre poetessa Vit­toria Colonna (1490-1547), successe Ascanio (1557), l'irriducibile avversario di Papa Clemente VII, costretto a chiudersi in Castel S. An­gelo nel 1527. Successore di Ascanio fino al 1584 fu il grande Mar­cantonio, il vincitore della battaglia navale di Lepanto (1571) e poi viceré di Sicilia. Seguirono a lui Marcantonio II (1595) e alla morte di quest'ultimo suo figlio Marcantonio III (1611).

Furono duchi in seguito di Tagliacozzo Filippo I fino al 1639, Federico fino al 1641, Marcantonio IV fino al 1659 e Lorenzo Ono­frio fino all'anno 1689. Gli ultimi duchi furono i seguenti: Filippo II, figlio di Lorenzo (1714), Fabrizio II (1755), Lorenzo, figlio di quest'ultimo (1779) e infine Filippo III, ultimo duca di Tagliacozzo, che cessò di eser­citare il dominio sulle nostre terre con l'abolizione dei feudi, avve­nuta nell'anno 1806. Della dominazione dei Colonnesi nei nostri paesi ben poco re­sta oggi; avanzi della loro dominazione rimangono solo le colonne negli stemmi dei nostri Comuni o vaghi ricordi in qualche chiesa, che i Colonna con il loro contributo restaurarono nella nostra valle.

I Colonna erano padroni di quasi tutte le montagne di Valle Roveto. Di esse, dopo la fine del feudalesimo, molte passarono ai Comuni, altre passarono al Demanio ed altre furono in seguito ven­dute dai Colonna. La montagna di Crepacuore, posta ai confini di Morino e di Meta, fu venduta dai Colonna ed acquistata dal Comu­ne di Civitella Roveto solo al principio del nostro secolo.

Come si svolse la vita in Valle Roveto durante questi secoli? Purtroppo dopo le guerre di predominio che la dissanguarono, l'I­talia meridionale attraversò uno dei periodi più foschi della sua sto­ria, nella miseria e in una continua decadenza. Basta aprire un qual­siasi manuale di storia, che tratti quell'epoca, per avere una idea del­le condizioni tristissime a cui furono condannate le nostre popola­zioni, trascurate dal potere centrale e sottoposte ad un esoso regime fiscale. Sono tempi dolorosi che si protrarranno per secoli e lasce­ranno la nostra terra nella desolazione e nell' abbandono.

I campi, anche se coltivati, rendevano sempre poco e non com­pensavano mai il sudore e le fatiche di una gente laboriosa. I signo­ri della valle, molto pochi in verità, forse vivevano un po' meglio del popolo, ma in genere la vita trascorreva difficile per tutti. L'istruzione era poi per la maggioranza un nome senza signi­fìcato, perché gli illetterati costituivano una percentuale altissima.

Qualcuno soltanto sapeva leggere e scrivere. Veramente vergogno­so è il dover dire che nei testamenti e negli atti dell'epoca, di cui parlo, troviamo quasi sempre una lunga fila di croci di testimoni a­nalfabeti. Solo presso qualche sacerdote o qualche laico di buona volontà si potevano imparare i primi elementi di grammatica. L'i­gnoranza insomma era pressoché generale e la cultura era riservata solo a pochissimi. Era una rarità trovare sotto il dominio spagnolo una scuola, anche rudimentale, nei nostri paesi. Valle Roveto fu ancora più abbandonata del passato.

Forse in altri tempi più movimentati le nostre genti ebbero a patire maggiori violenze; sotto quel dominio invece, in una epoca relativamente più pacifica, le condizioni generali peggiorarono e la vita, condotta a tenore bassissimo, fu veramente miserabile. Nell'Archivio vescovile di Sora ho trovato delle relazioni di ve­scovi sorani e di sacerdoti di Valle Roveto, le quali, pur solo accennan­do, rivelano uno stato di abbattimento e di decadenza senza nome, e de­scrivono a tinte nerissime la vita della nostra regione, che, già scar­sa di risorse naturali, languiva nello squallore per colpa di governan­ti e di amministratori, per la indifferenza e le gravi carenze di un regime.

Solo una strada, impraticabile nei periodi di cattivo tempo, attra­versava alla destra del Liri la Valle Roveto. E anche se con altre strette e mal tenute diramazioni si poteva accedere, sempre con dif­ficoltà, ai vari paesi della valle, certo la mancanza di comode strade rendeva la situazione ancora più difficile. E non parliamo delle tasse che colpivano la povera gente dei nostri paesi già tanto poveri, ai quali il fisco chiedeva l'impossibile e imponeva pesi insopportabili.

Alle molteplici colpe di un regime, che stava sulle spalle di tut­ti, si aggiunsero frequentemente calamità spaventose, che infieriro­no in tutto il Regno napoletano e da cui non si salvò neppure Valle Roveto. Se le carestie erano frequenti per le annate cattive e per la mancanza di saggi accorgimenti e di previdenze da parte dei pote­ri centrali, frequenti furono anche, dovute senz'altro all'assenza di ogni igiene, le micidiali epidemie, che spesso lasciarono il vuoto nei nostri paesi.

La più funesta delle calamità rimane quella del 1656; basta guar­dare alle statistiche degli abitanti, che io riporterò, parlando di cia­scun paese di Valle Roveto in particolare. Nostri paesi, che erano fiorenti di popolazione prima di quella data, rimasero decimati o quasi distrutti in quell'anno terribile. Canistro, Pescocanale, Civitella e tutti indistintamente i Comuni di Valle Roveto conobbero quel­l'immane sciagura, che lasciò dietro di sé la rovina e la morte.

Cani­stro, come dice il Febonio, strappò dalle fauci della morte appena un quinto della sua popolazione. Inoltre anche da noi serpeggiava il malcontento contro la po­litica fiscale e si levavano dappertutto le lamentele per il mal go­verno e per lo stato di depressione in cui fu gettata la nostra terra. Dalle visite pastorali, fatte dai vescovi.di Sora in Valle Rove­to, nei secoli XVII e XVIII, come da altri documenti rinvenuti nel­l'Archivio vescovile di Sora (non si dimentichi che Valle Roveto ec­clesiasticamente non cessò mai di appartenere alla diocesi sorana), appare troppo chiaro che la nostra popolazione viveva nell'indigen­za e nella miseria.

Il Febonio che visse nel secolo XVII e visitò cer­tamente i nostri paesi e di cui parlò nella sua storia, a parte qualche inesattezza storica, descrisse a fosche tinte la situazione economica di Valle Roveto, facendo rimarcare che gli abitanti erano oppressi da continua povertà (continua paupertate premuntur), vestivano po­veramente e calzavano ancora più poveramente.

La maggior parte delle popolazioni di Valle Roveto era dedi­cata all'agricoltura, anche se essa non dava quasi mai il sufficiente sostentamento. Alcuni esercitavano il piccolo commercio col vicino Stato della Chiesa. Canistro, ad esempio, era in contatto e in fre­quenti rapporti con Roma. Non pochi dei suoi abitanti, valicando la catena dei Simbruini per la Serra S. Antonio, portavano a vendere a Roma polli ed uova, come scrive sempre il Febonio, onde rendere meno amara una esistenza già dura. Molto sviluppato era l'allevamento dei suini, perché i contadini approfittavano della ghianda abbondante nelle vaste estensioni di boschi di querce, che un po' dappertutto crescevano allora in Valle Roveto.

Anche la pastorizia suppliva per molti con i suoi prodotti alle scarse risorse del suolo. Numerosi poi erano i capi di pecore e capre, che passavano nel periodo della transumanza, durante il tempo delle nevi e dei rigori invernali, nelle Puglie o nelle Paludi Pontine. Altri abitanti della valle, e il costume dura ancora, passavano l'in­verno a Roma o nei suoi dintorni, perché colà trovavano lavoro e ave­vano la possibilità di provvedere ai bisogni delle loro famiglie, rima­ste in paese.   Ritorna all'indice  ( La Valle Roveto )