Dalla Calata dei francesi (1798-1799) Al 1860

 

Anche dopo l'entrata in Napoli delle truppe francesi e la pro­clamazione della Repubblica Partenopea, non deposero mai le ar­mi i borbonici in Abruzzo. La Valle Roveto e la Valle del Liri, in quel turbinoso 1798 e nel seguente terribile anno 1799, furono testi­moni di un ininterrotto passaggio di soldati: prima gli eserciti di Ferdinando IV, poi le truppe francesi, in ultimo le bande armate che contrastavano il rafforzamento delle posizioni al generale fran­cese Championnet e alle nuove istituzioni, portate dalla Francia.

Non ebbero così vita facile i Francesi in Terra di Lavoro e in A­bruzzo. Anche se vittoriosi, tanto da costringere alla fuga il re di Napoli e da proclamare la Repubblica Partenopea, i Francesi, sem­pre minacciati dai reazionari nelle province, spesso si scontrarono, subendo gravissime perdite, con le milizie rimaste fedeli ai Borboni. Assaliti improvvisamente fra le gole dei monti, in audaci imboscate, da uomini, esperti combattenti e conoscitori dei luoghi, furono spes­so costretti a ritirarsi e a lasciare sul campo uomini e mezzi.

Nelle nostre terre in quei mesi furono nello stesso tempo temu­te la rappresaglia francese e la reazione borbonica, che faceva capo da noi al capo-massa Gaetano Mammone e al famoso Fra' Diavolo. Il primo morì nel 1802 nel carcere della Vicaria. I paesi di Valle Roveto, che disgraziatamente si trovavano in u­na regione che collegava i reazionari d'Abruzzo e quelli della Val­le del Liri, risentirono le funeste vicende di quei giorni: i repubbli­cani davano caccia ovunque ai realisti e a loro volta i realisti ricerca­vano per prendersi le più basse vendette i seguaci della Repubblica.

Non fu sicura la vita dei cittadini in un periodo nel quale erano tanti i rancori e accese rimasero le passioni di parte. Non restò quindi immune dalla spietata reazione la Valle Ro­veto, rimasta sempre passaggio di amici e nemici. E neppure i Francesi scherzarono nelle loro sanguinose rappre­saglie; furono feroci le stragi compiute dalle loro milizie in località non molto lontane da noi, come nel monastero di Casamari e nella chiesa parrocchiale di Isola del Liri.

Dopo il ritorno del re a Napoli con la fine della Repubblica Partenopea, un'altra ondata di odio si rovesciò sul Regno: la ven­detta trionfò dappertutto. Guai a chi aveva tradito il Regno e aderito alla Repubblica! Con la caduta della Repubblica Partenopea caddero anche le istituzioni e le riforme imposte dai Francesi al Regno napoletano.

Fu cancellata così la nuova divisione dello Stato, che, ad imitazione del­la Repubblica Francese, uscita dalla rivoluzione del 1789, era stato diviso in Dipartimenti. Valle Roveto, come il resto degli Abruzzi, fece parte, in quei mesi di Repubblica, del dipartimento <<Pescara>>, che ebbe per capoluogo L'Aquila. I capi repubblicani, che in quelle giornate sanguinose sfuggirono alla vendetta, al carcere o alla morte, furono costretti all' esilio, dal quale presto tornarono, nel 1801, quando ormai trionfava la stella napoleonica e i re di Europa, fra essi il sovrano di Napoli, si vede­vano forzati dagli eventi a richiamare i fuorusciti, gli esuli o ad accettare presidi francesi.

Le truppe russe dovettero, di fronte al­l’incalzare degli avvenimenti, sgombrare le province napoletane. Dun­que anche i Russi, scesi dal Don e dalle steppe del Volga, passarono e ripassarono per Valle Roveto. Dopo alterne vicende si addenserà una nuova burrasca e il re di Napoli fuggirà dalla Capitale un'altra volta. Come avverrà per tutto il Regno, anche Valle Roveto sarà percorsa da una più violenta ondata di terrore. Il Regno di Napoli era entrato nella terza coalizione contro Na­poleone, e Ferdinando IV approntò ai confini la linea di difesa.

Nel 1805, questa prima linea di difesa, formata da truppe rus­so-anglo-austriache, venute in aiuto del Regno borbonico, passava dal Tronto alla catena degli Appennini, dove sono i passaggi di Accu­moli e di Leonessa, giungeva poi alle gole di Antrodoco, e attraver­sate queste ultime, arrivava alla strada per L'Aquila. Da Cittaducale, la frontiera, piegando ad angolo, seguendo i contrafforti appennini­ci, raggiungeva le strette di Tagliacozzo, le quali coprivano il lago di Celano (il Fucino) e Sulmona. Infine la linea, passando lungo l'aspra Valle di Roveto, raggiungeva Sora.

Così in quelle giornate, in cui era tutta in fiamme l'Europa e gli eserciti napoleonici si spostavano con celerità fulminea da un ca­po all'altro del nostro continente, anche la Valle Roveto, «difesa da Tagliacozzo» e di «difficile comunicazione con Terra di Lavoro », come dice il Blanch (1784-1872), che prendeva parte personalmente a quella campagna nell'esercito borbonico, risentì l'asprezza di quel periodo combattuto, con tutte le conseguenze che accompagnano le guerre e il passaggio di truppe straniere, anche se calate in Italia ad aiutare le forze napoletane. Valle Roveto, percorsa da sud e da nord e viceversa, nei mesi che vanno dalla fine del 1805 a quasi tutto il 1806, fu testimone an­cora una volta di ruberie e di distruzioni, che rendevano sempre più disagiata la vita di una gente, verso la quale la natura non si dimo­strò generosa distributrice di grandi risorse.

Occupavano la suddetta linea di difesa, approntata contro l'e­sercito napoleonico del generale Massena, delle avanguardie, aventi l'incarico di conoscere le forze nemiche e scoprire se fossero in qual­che punto ammassate. La guerra finì con una pesante sconfitta per le truppe napole­tane e per i loro alleati russo-anglo-austriaci. Ad Austerlitz (2-12­1805) la coalizione fu annientata e non molto dopo fu duramente sconfitto a Campotenese (9-3-1806) anche l'esercito borbonico. Re di Napoli diventava Giuseppe Napoleone.

Dopo questa sconfitta torna sulla scena, a difendere i diritti dei Barboni, Michele Pezza, il famoso Fra' Diavolo (1771-1806). Uomo spregiudicato, nato per le avventure, pur invitato con da­naro dai francesi a tradire il suo re, Ferdinando IV, a costui rimase fedele e per lui organizzò la guerriglia e l'imboscata. Il francese Massena dovette fare per alcune settimane i conti con Fra' Diavolo che con abili manovre riuscì a sfuggire alla caccia dei nemici. Con coraggio e disprezzo della vita questo famoso guerriglie­ro difese fino all'ultimo il suo re.

Anche la Valle Roveto fu teatro delle sue fughe e delle sue imposizioni. Per rifornire di viveri le sue bande armate, chiedeva ai paesi di Valle Roveto grano e danaro. Pur battuto, riuscì ancora a sfuggire e ad eludere la stretta vigilanza del nemico; catturato alla fine, fu impiccato 1'11 novembre del 1806. In un esposto del tempo, inoltrato al R. Tesoriere dell'Aquila, D. Giuseppe Antonini, nel 1807, dai fittuari dei beni posseduti dal­l'ex-barone Piccolomini di Balsorano, si parla della "devastazione di vigne e di distruzione di gelsi. che davan foglie per i bachi, fatta dalle truppe francesi e di 55 tomoli di grano presi dal brigante Fra' Diavolo".

Gli esponenti fittuari allegavano all'estorsione patita da parte del celebre bandito di Itri una ricevuta autentica dello stesso brigan­te, oltre alla somma di 300 ducati, anche questa con relativa ricevu­ta, sottoscritta dallo stesso Michele Pezza. Nel documento si accenna anche alla quantità di vino che sia le Masse, comandate da Fra' Diavolo, sia i Francesi avevano consu­mato a danno dei fittuari al loro passaggio.

Le truppe francesi erano passate per Valle Roveto nel settem­bre del 1806, devastando vigne e campagne; a Balsorano «recisero 6 alberi di gelsi nella piazza del Palazzo Baronale e cagionarono grandissimo danno nelle vigne baronali site nelle vicinanze di detta piazza». Appunto in quel mese i Francesi, comandati dal generale Hugo, inseguivano le bande di Michele Pezza. Fra' Diavolo, il 20 settembre 1806, scriveva da Sora a Gioacchi­no Ricci in Balsorano la lettera seguente, scritta di suo pugno, che io riporto qui con tutti gli spropositi:

                                                                                                Sig. D. Gioacchino Ricci
                                                                                                                            Balzerano

Sora 20 7bre 1806

         Sig. D. Giovacchino

Subito si porta in balzerano e faccia mettere tutto il grano di Reggia appartenenza che si ritrova in potere di Degno Guadagni, e non ti otlandolo a esitare lo faccia caricare, e conturre qui in Sora

       Aff;mo Michele Pezza

Pasquale Guadagni di Roccavivi e Degno Guadagni erano i fittuari dei beni dell'ex-barone di Balsorano e reclamavano, nel 1807, dallo Stato il risarcimento dei danni o la bonifica nei pagamenti del­le imposte, quale compenso dei danni patiti.

Per l'occasione il notaio Giuseppe Medici, di Balsorano, dichia­rava autentica la firma di Michele Pezza, apposta alla fine della let­tera da me riportata. Nei primi anni del regno di Giuseppe Napoleone restarono Corte e Governatore in Civitella Roveto. Governatore del 1807 fu D. Gerardo Doccilli. Nel 1808 veniva pertanto resa giustizia ai due Guadagni e dai pagamenti dovuti allo Stato per il fitto dei beni ex-baronali, veni­vano diffalcati 148 ducati, la somma cioè complessiva dei danni pa­titi a causa ddle devastazioni operate dai Francesi e dei 55 tomoli di grano estorti dal brigante Fra' Diavolo.

Con l'avvento di Giuseppe Napoleone prima (1806-1808) e di Gioacchmo Murat dopo (1808-1815), furono introdotti gli ordinamen­ti francesi nei nostri Comuni, come del resto in tutto il Regno. Fi­no al 1816 tre furono i Comuni centrali di Valle Roveto: Balso­rano, Civita d'Antino e Civitella Roveto. Civitella Roveto divenne Circondario. Per qualche anno Valle Roveto fece parte del Distretto di Sul­mona, poi passò al Distretto di Avezzano.

L'Aquila fu allora, come lo è anche oggi, la sua provincia. Gli altri paesi di Valle Roveto, che da tempo erano Comuni, ossia Università, furono riuniti ai tre Comuni anzidetti: Rendinara, Roccavivi e S. Giovanni Valleroveto a Balsorano; S. Vincenzo Val­le roveto, Morrea, Castronovo e Morino a Civita d'Antino; Meta, Ca­nistro, Pescocanale, Pagliara e Castellafiume a Civitella Roveto.

Pa­gliara però e Castellafiume rimasero col Comune centrale di Civi­tdla Roveto soltanto un paio d'anni. A capo del Comune stava il Sindaco, che diventava nello stesso tempo ufficiale dello Stato Civile e giudice conciliatore. Dopo il Sin­daco veniva il primo eletto per l'ufficio della pulizia urbana e rura­le; a lui seguiva il secondo eletto che aiutava il Sindaco, coll'incarico di sostituire quest'ultimo e il primo eletto.

Oltre ai tre già detti, era­no nominati anche un cancelliere archivario, un cassiere e un Decu­rionato, formato nei nostri paesi da otto membri, col compito di de­liberare sui contratti, di proporre bilanci, di controllare il Sindaco e il cassiere. Le cariche si rinnovavano ogni 4 anni. Il Decurionato, che si rinnovava per un quarto durante l'anno, designava le terne per eleggere il Sindaco e i due eletti.

Nei Comuni riuniti si aveva un aggiunto come ufficiale di Sta­to Civile e come incaricato della pulizia urbana e rurale. Non si può disconoscere che sotto il regno di Giuseppe Napo­leone e di Gioacchino Murat furono emanate benefiche leggi. Dopo l'abolizione avvenuta nel 1806 del feudalesimo, anche i nostri Co­muni ebbero dei vantaggi che prima avrebbero invano sperati. In­fatti, furono essi in parte liberati da diversi pesi nei confronti degli ex-feudatari e le nostre popolazioni non si sentirono oppresse come una volta.

Nel frattempo l'agricoltura prosperò e migliorarono le condizioni dei pastori. La situazione di Valle Roveto, di questa zona alpestre e tanto depressa, senza strade e senza grandi risorse, non poteva certo di pun­to in bianco fare improvvisi progressi, però un respiro ci fu, special­mente se paragoniamo la Valle Roveto di allora con i periodi che precedettero. Accenno ad alcuni provvedimenti presi dalle Autorità di quei tempi a favore dei nostri Comuni.

Nel 1809 i Comuni di Balsorano, di S. Giovanni e di Roccavivi furono liberati dai pesi che li gravavano per i due mulini di Balso­rano e per quello che allora esisteva in S. Giovanni. E cessarono an­che altre prestazioni a Roccavivi e Rendinara con la caduta del feu­dalesimo. Il 5 luglio del 1809 per Civitella Roveto, per Meta erano aboliti i pesi gentileschi e burgensatici.

Inoltre Civitella Roveto non so­stenne più il peso del così detto Procaccio, però continuò a pagare ai Colonna il canone annuo per il mulino azionato dalle acque del Liri, come risultava da un contratto stipulato fra il Comune di Civitel­la Roveto e i Colonna dal 1755. Meta ebbe riconosciuta l'abolizione di 35 ducati che pagava all'ex-feudatario per diritto di molitura su un mulino appartenente all'Università.

Nel 1811 poi, con decreto del 21 giugno, la montagna di Meta fu divisa fra il Comune di Meta e l'ex-feudatario Colonna. La linea di demarcazione partiva dalla punta del Monte Cantaro, che fu mar­cata con il segno di una croce incisa con lo scalpello. La linea ti­rava diritta verso levante per la scrima del Monte Cerasolo, poi scen­deva per la strada che conduce a Filettino.

In mezzo alla strada si piantò una colonna di pietra: su di essa verso mezzogiorno si incise la lettera C denotante Colonna, e verso settentrione la lettera M denotante Meta. Da qui, tirando direttamente giù, si giungeva al­l'ara di S. Salvatore, all'inizio del tenimento di Morino, ove fu fis­sata una grossa pietra: anche su di essa furono incise una C a mez­zogiorno e una M a settentrione.

A Morino il 22 febbraio 1811 i comprensori di terre, passati al Demanio e appartenuti un giorno alla Certosa di Trisulti, furono divisi in tre parti di uguale valore e reddito: di queste una fu asse­gnata al Comune di Morino, mentre le altre due restarono di pro­prietà del Regio Demanio. Con decreto di Gioacchino Murat del 25 settembre 1811 veni­vano conservati nel possesso, mediante un canone sopportabilmente equo, i possessori delle terre comunali, dette Cese, in Roccavivi, mentre le terre del Resocco erano ripartite fra i cittadini indigenti, a termine delle Reali istruzioni. Il 22 giugno 1811 fu conservata con autorizzazione firmata da Gioacchino Murat la promiscuità di territorio ai tre Comuni di Mor­rea, di S. Vincenzo e di S. Giovanni per utilità e maggiore vantag­gio delle tre comunità. Dal documento risulta che Morrea aveva in quell'anno 373 abitanti e possedeva 1050 animali pagliaroli; S. Vin­cenzo 726 abitanti e 1900 animali pagliaroli; S. Giovanni 630 abi­tanti e 1390 animali pagliaroli.

Sempre nel 1811 si venne ad un accordo fra il Principe Colonna e il Comune di Civita d'Antino. Tutta la montagna di Civita d'An­tino passò in perpetuo al Comune per l'annuo canone di 60 duca ti da versarsi all'ex-feudatario Colonna. In seguito, per divergenza fra i Comuni di Civita d'Antino e di Collelongo, poiché quest'ultimo paese rivendicava il diritto di pascolo su alcune zone di quella mon­tagna, la Commissione giudicatrice dichiarava destituita di ogni fon­damento la pretesa di Collelongo. Il documento porta la data dell'8 dicembre 1811.

Inoltre nel 1810 o all'incirca attorno a questa data esistevano già nella maggior parte dei paesi di Valle Roveto orologi comunali; e non solo nei capoluoghi, ma anche nei Comuni riuniti si mantene­vano maestri di scuola. Infine, come da ogni parte dell'Italia meridionale, partì con Gioacchino Murat nel 1812 un contingente di soldati anche di Valle Roveto e partecipò alla disastrosa campagna napoleonica di Russia di quell'anno lo ricordo che fino al principio di questo nostro seco­lo giunse a noi l'eco, in una ininterrotta tradizione, della partecipa­zione di nostri soldati alla famosa campagna.

Mai cessarono frattanto, neppure sotto la dominazione dei due re francesi, i contrasti, le inimicizie delle fazioni, i tentativi di rivol­ta, le azioni di disturbo dei nemici dichiarati e indomiti del regime instaurato da Giuseppe Napoleone e dal Murat. In questi anni comin­cia anche il brigantaggio che durerà, ora più ora meno violento, circa tre quarti di secolo nelle nostre terre e metterà a dura prova anche le pacifiche e laboriose popolazioni di Valle Roveto, esposte più di altre, per la loro posizione, all'offesa e alla rapina. Dopo la fine di Napoleone e dopo la fucilazione a Pizzo di Ca­laoria di Gioacchino Murat, tornò a Napoli nel 1815 Ferdinando I.

Col ritorno dei Borboni ci fu qualche piccolo ritocco nelle circoscri­zioni territoriali di tutto il Regno. Per quanto riguarda Valle Roveto fu dichiarato Comune centrale con una legge del 1816 anche S. Vin­cenzo Valle Roveto. La legge poi del 12 dicembre 1816 regolò l'amministrazione co­munale, conservando però presso a poco i regolamenti francesi. A capo del Comune era il Sindaco, giudice conciliatore a un tempo e ufficiale di Stato Civile.

Venivano nominati anche un primo eletto, incaricato della pulizia urbana e rurale, e un secondo eletto: questo ultimo aveva il compito di aiutare il Sindaco e sostituiva lui e il pri­mo eletto in loro assenza. In ogni Comune esistevano un cancelliere archivario, un cassiere e il Decurionato, formato di 8 membri, come ai tempi dei due Napoleoni.

Due calamità caratterizzano il 1816: la carestia e la peste. Altre lagrime e altre sofferenze. Agli anni 1817-1818 risalgono i primi camposanti in Valle Ro­veto. Intanto, i Comuni hanno un'altra voce nei loro bilanci che di­ventò per alcuni anni un peso non indifferente: concorso con una tassa speciale del governo centrale al pagamento all'Austria di parec­chi milioni, che la risarcissero dei danni e delle spese sostenute per l'invio a Napoli di truppe austriache, in occasione degli ultimi avve­nimenti.

Fra tante incertezze e in così rapida successione di eventi stori­ci la nazione italiana si sveglia improvvisamente e nella coscienza del popolo si fa largo il grande ideale: l'Unità della Patria. Siamo al Risorgimento d'Italia. Dopo il Congresso di Vienna diventa irresistibile in tutta Eu­ropa l'anelito alla libertà; con l'Europa e con gli altri Stati d'Italia si persegue anche nelle regioni del Regno di Napoli il grande ideale.

Nonostante l'occhio vigile della Santa Alleanza, a cui erano li­gi i sovrani e i principi, la Carboneria faceva proseliti dappertutto: fin dal suo sorgere erano iscritti ad essa cittadini anche di Valle Ro­veto. Restarono impotenti la vigilanza dei borbonici e lo spionaggio organizzato a soffocare l'insopprimibile aspirazione dei popoli. Quando nel 1820 scoppiarono i moti di Nola e il re di Napoli si vide obbligato dal precipitare degli eventi a dare la Costituzione, l'ansia secolare della libertà si mutò in grido di gioia che percorse in un baleno tutto il Mezzogiorno: la speranza, che si accarezzava da anni, diventava improvvisamente una certezza in quelle gior­nate, annunzianti il primo movimento italiano verso l'indipendenza.

Era il primo passo di un popolo civile, di nobilissime tradizioni, da secoli oppresso, verso la libertà. Purtroppo la delusione tenne dietro ben presto al tripudio di quei giorni e dolorose vicende arrestarono bruscamente l'avvento di quell'ordine nuovo che Morelli e Silvati avevano con la loro audace iniziativa auspicato e nel quale avevano fermamente creduto. Il re di Napoli, chiamato a Lubiana a rendere conto alla Santa Alleanza della Costituzione data e giurata ai sudditi del Regno delle Due Sicilie, incapace di difendere le sacre libertà dei suoi popoli, ce­dette alle imposizioni dei capi di Stato colà riuniti, decisi a stroncare ogni movimento o ribellione e a soffocare nel sangue ogni legittima aspirazione dei popoli.

Un poderoso esercito austriaco scendeva in Italia per riportare sul trono Ferdinando I, perché restaurasse l'odiato assolutismo. A nulla valsero gli sforzi dell'esercito napoletano nel difendere le frontiere del Regno dalle truppe austriache. Fu una campagna sfortunata. Gli Austriaci, comandati dal Frimont, attraversarono lo Stato Pontificio e invasero il Regno delle Due Sicilie.

La difesa apprestata dai napoletani si mostrò subito inconsistente e al primo urto fu tra­volta alla gola di Antrodoco. Gli Austriaci che dilagarono negli A­bruzzi si videro aperta la strada di Napoli. In quella guerra disgraziata la Valle Roveto era diventata un punto strategico importantissimo, indicata dagli strateghi come una difesa naturale da opporre con probabilità di successo all'invasore. Il Colletta scrive che la campagna era stata preparata in modo che Valle Roveto fosse uno dei cardini principali di difesa:

«Stesse in prima linea il nostro secondo esercito, in seconda ed in riserva il primo; i quali, comunicando per la grande strada degli Abruzzi e per la valle chiamata di Roveto, contrapporrebbero al nemico il tutto delle forze, qualunque fosse il punto combattuto della frontiera.» Purtroppo incapacità di comando, forze nemiche superiori, di­fetto di armi, defezioni di soldati, insomma queste ed altre cause furono i motivi che concorsero alla disfatta.Così nel giro di poche settimane crollò il sogno di tanti patrio­ti, e Napoli tornò col suo Regno sotto la dittatura borbonica. Ferdinando aveva tradito la Costituzione e il giuramento. Si rimandò ad altre epoche il tentativo di riconquistare la liber­tà e la indipendenza.

In quello sfortunato 1821 molti soldati furono richiamati sotto le armi, mentre i Comuni furono obbligati a fare dei prestiti alle mo­gli di coloro che venivano richiamati a difendere una causa, non più sentita da nessuno, la causa degli oppressori. Non solo: ma toccò ancora una volta ai Comuni a pagare le spese di occupazione del Regno da parte delle truppe austriache.

Strano, ma vero: i nostri paesi, i cui bilanci erano miserabili, dovet­tero pagare quelli che venivano di nuovo a imporre il giogo tanto odiato di una monarchia assoluta, la monarchia borbonica. Così continua sempre povera la vita nella nostra valle, ormai da secoli avvezza a guadagnare nel sudore il pane del sostentamento.

Come da parecchio tempo, anche in questo periodo del nostro Risor­gimento, una buona parte delle popolazioni di Valle Roveto cer­cò lavoro nell'agro romano, costretta a lasciare per alcuni mesi dell'anno la famiglia e la terra natia. Tale emigrazione provvisoria non cessò mai dal 1820 al 1860. Anzi, ho letto nel bilancio del Comune di Civitella Roveto per il 1854 (Archivio di Stato di Napoli), tra le spese, anche l'onorario da dare ad un secondo aiutante e da destinarsi alla cancelleria del ca­poluogo del Circondario (cioè a Civitella Roveto), perché fosse di aiuto nella distribuzione delle carte di passaggio; e di aiuto vi era biso­gno. La causa? Perché la classe degli indigenti soleva emigrare perintero nello Stato Pontificio a cercare lavoro e procurarsi il vitto.

A tali spese concorrevano, oltre il capoluogo del Circondario, che era Civitella Roveto, anche gli altri paesi della valle.Poco o nulla si verificò in Valle Roveto durante il periodo che si va percorrendo di volo. Sorsero intanto fuori dell'abitato quasi dappertutto i cimiteri. Nel 1824 un nuovo acquedotto portò l'acqua in Civita d'Antino; nel 1840 Meta e Canistro ebbero la loro fontana; nel 1845 venne ripa­rato il muraglione di pietra in Civitella Roveto che portava alla fon­tana, a capo del paese.

Nel 1832, il re Ferdinando II, accompagnato dal Ministro Del Carretto e da numeroso seguito, attraversò Valle Roveto e percorse tutta la linea confinante con lo Stato Pontificio. Sostò il 12 luglio di quell'anno in Civita d'Antino, in casa Ferrante. In questo viaggio, anche in conseguenza dell'esperienza delle passate invasioni, che resero sempre impossibile approntare in bre­ve tempo nel nord una valida difesa del Regno di Napoli, si capì da tutti la necessità della costruzione di una strada carrozzabile che, partendo da Napoli, passasse per Valle Roveto e giungesse subito direttamente all' Aquila.

I lavori cominciarono di lì a poco tempo e nel 1844 la strada Napoli-L'Aquila (l'odierna s.s. 82, almeno per il tratto che da Arce, in provincia di Frosinone, raggiunge Avezzano, passando per Valle Roveto) era un fatto compiuto. La strada, che presenta una infinità di curve, specialmente nel tratto Balsorano-Ca­pistrello, fu costruita a sinistra del fiume Liri, mentre la strada prin­cipale che attraversava la Valle Roveto prima del 1844, senza con­tare le varie diramazioni di stradicciole che conducevano ai nostri vari paesi, passò sempre alla destra del fiume.

Certo, prima di questa data, era difficile comunicare, partico­larmente nei periodi invernali, con Avezzano e con Sora. Per i pae­si posti poi più in alto, diventava un vero problema restare allaccia­ti con i centri suddetti. Ad esempio, l"unica strada, detta di S. Mar­tino, che conduceva da Civita d'Antino a Sora, era divenuta per una frana, nel 1836, impraticabile. I ponti sul Liri, in Valle Roveto, erano quasi tutti di legno. Nel 1836, il ponte che univa il paese di Civitella Roveto al versante orien­tale, alla zona cioè dove si è sviluppata la nuova Civitella (il Borgo), era di legno.

E di legno fu il ponte che, nel 1855, Canistro, divenuto Comune autonomo l'anno precedente, costruì per allacciar si alla strada rotabile, inaugurata, come è detto sopra, nel 1844. Il ponte esistito fino a quel giorno era addirittura primitivo: due travi mal connesse che minacciavano ruina. (Dal bilancio di Canistro del 1855). La strada carrozzabile del 1844 fu per Valle Roveto una vera con­quista.

Però è storicamente anche vero il dire subito che la strada era stata più una impellente necessità militare, voluta dalla difesa del Regno napoletano, anziché dai vantaggi che essa avrebbe appor­tati alle nostre popolazioni. La strada, infatti, ebbe soprattutto un va­lore strategico. Il recente passato, specialmente durante le guerre e le invasioni del 1799 e del 1820, aveva insegnato tante cose: fu sem­pre arduo per il Regno di Napoli dislocare con celerità le truppe dal meridione ai confini del Regno; e gli Abruzzi erano il suo estremo confine settentrionale.

Nel 1844 fu inaugurata a Civitella Roveto, a capo del paese, un'ar­tistica fontana, durante l'amministrazione di Domenico Ferrazzilli. Intanto, i rapporti fra i paesi di Valle Roveto e i comuni limi­trofi dello Stato della Chiesa non si mantennero sempre buoni e pacifici. Così, oltre a qualche lite tra Comune e Comune della valle per motivi di confini, come la lite che si protrasse dal 1850 al 1860 tra Civitella Roveto e Civita d'Antino, avvennero anche colluttazio­ni e violenti litigi sulle montagne, che dividevano Valle Roveto dallo Stato Pontificio, tra paesi limitrofi.

Questioni e litigi erano sorti nel 1839 fra gli abitanti di Veroli e gli abitanti di Roccavivi per i confini, perché questi ultimi soste­nevano di aver diritto al pascolo e a tagliar legna in una zona che invece rivendicavano i verolani, dimostrando che il confine era mar­cato dalla scrima degli Appennini: da un.a parte lo Stato Pontificio, dall'altra il territorio di Roccavivi. Spesso si era arrivati a violenze di fatto ed anche ad omicidi per la prepotenza dei verolani: sempre secondo la versione dei roccavivesi. Al contrario, in una nota del Card. Lambruschini da parte del Vaticano al Conte di Ludolf, Ministro Plenipotenziario di Sua Mae­stà Siciliana si accusava la mal a fede dei roccavivesi.

 Come ho già detto in un capitolo di questo mio libro, il 26 set­tembre del 1840 era stato firmato un accordo fra Santa Sede e Regno delle Due Sicilie, concernente una pacifica rettifica dei confini. In seguito a tale rettifica e alle perdite di territorio avute d:! qualche Comune, il Governo napoletano venne incontro alle richieste dei paesi che avevano avuto non piccoli danni per la cessione di ter­ritori allo Stato Pontificio. Il Comune di Morino, infatti, per dispo­sizione nel 1843 del Ministero delle Finanze, ebbe accordato dalla Intendenza dell'Aquila un proporzionato discarico della contribu­zione fondiaria in compenso del suo territorio, perduto nella delimi­tazione dei nuovi confini, stabiliti fra Chiesa e Napoli.

Era noto che Morino con la rettifica dei confini aveva perduto non solo dei territori, ma anche il libero passo per condurre gli ar­menti al Colle del Faro, e aveva domandato fin dal 1841 il libero passo per andare cogli animali grandi al luogo detto di Vallefred­da. Con decreto poi di Ferdinando II, dato a Gaeta il 7 agosto del 1852, fra le cessioni fatte dal Regno di Napoli allo Stato Pontificio con la nuova linea di confine, venivano ceduti il territorio di Cani­stro, Civitella Roveto e Meta, sito tra la Valle della Valle Arenara e Cima della V olubrella, al Comune di Filettino, e il territorio, com­preso tra Morino e Rendinara, ad Alatri, tra il Monte Passeggio fi­no al punto detto Liscia.

Con questo Decreto Reale si dichiaravano gli abitanti dei ter­ritori ceduti sciolti dai loro doveri di sudditi; da ora in poi restavano legati al nuovo sovrano: il Papa. Caserme per gendarmi si trovavano a Balsorano e a Civitella Roveto; ad essi era affidato il compito di custodire l'ordine in Valle Roveto; non solo, ma anche di spiare le mosse e le riunioni dei pa­trioti, che perseguitati e ricercati erano convinti del prossimo avvento della libertà e della giustizia. Intanto ai nostri paesi toccava procurare l'alloggio alle truppe di passaggio. Nel 1859, il Comune di Civitella Roveto fu obbligato ad erogare 18 ducati per somministrazione di paglia «di giacitura» al 10° Battaglione Cacciatori.

Diventò difficile in quella circostanza al Comune di reperire la somma, per cui si vide costretto a chiedere all'Intendenza il permesso di adoperare la somma già destinata al­h~ maestra di Meta, Comune allora riunito. La cattedra di maestra era vacante per mancanza di soggetto idoneo. Erano ormai abituati i paesi di Valle Roveto a pagare le spese e i danni dei soldati che passavano.

Dal 1799, in cui si dovette pen­sare a 300 uomini di cavalleria, guidati dal Generale De Bourchard, fino al 1860, gravarono le spese militari solo sui Comuni già tanto poveri di Valle Roveto. Infine il problema della scuola veniva in quei tempi appena sfiorato. Qualche insegnante vi era quasi in tutti i nostri paesi. A Mo­rino le Suore del Preziosissimo Sangue aprirono una scuola femmi­nile attorno al 1850; più tardi ne aprirono altre a Balsorano e a Ci­vitella Roveto. Ma fu tale iniziativa solo povera cosa di fronte alle necessità dei nostri paesi.

L'analfabetismo era una grande colpa dei tempi, che preferivano l'ignoranza alla cultura. Ora ci avviciniamo a grandi passi al 1860. E mentre tutta Ita­lia era diventata un fermento di idee e di rinnovamento, e vi si combattevano già le memorabili battaglie della patria, anche i no­stri paesi, sebbene in modesta misura, parteciparono a quei moti, credettero in quegli ideali, ebbero la speranza di vedere una Italia libera e indipendente.     Ritorna all'indice  ( La Valle Roveto )