Gli Avvenimenti Dal 1860 Al 1870

 

Chi legge le cronache di questo periodo e gli storici che hanno ricostruito a grandi linee le giornate drammatiche che portarono nel 1860, dopo l'entrata di Garibaldi in Napoli, avvenuta il 7 settembre di quell'anno, al crollo dei Barboni e alla fine del loro Regno, troverà pochi cenni sui fatti che si svolsero in quei mesi turbinosi in Valle Roveto.

Quanto sto per narrare è naturalmente cronaca locale, che po­trebbe interessare soltanto chi si accingesse a tramandare in tutti i particolari gli avvenimenti di cui furono teatro singole regioni, però io sono convinto di non dispiacere ai lettori della mia terra, se per es­si ho raccolto qua e là notizie che ci riguardano e portano un po' di luce sulle vicende che tormentarono allora anche i nostri paesi.

Innanzi tutto è doveroso ridire che da noi non mancarono fa­miglie, vibranti degli ideali del glorioso Risorgimento fin dai primi moti del 1820 e del 1821, che molti, attraverso la stampa clandestina della Carboneria e di altre associazioni patriottiche, avevano vissuto la grande vigilia che portò alla indipendenza ed all'unità d'Italia: per­ciò già da tempo si attendeva con ansia anche da noi il giorno della li­berazione dal regime borbonico.

Ma nello stesso tempo è doveroso anche ricordare che la massa non era preparata al tramonto di un regime: lo provano prima le reazioni, le sommosse, le guerriglie che funestarono la Valle Roveto nel 1860 e negli anni seguenti e poi in parte anche il fenomeno pauroso del brigantaggio, il quale, sorto a difesa del caduto regno borbonico, degenerò in seguito, arrecando lutti e sofferenze alle nostre popola­zioni, che vissero sotto l'incubo dello spavento un lungo periodo, in cui sarebbero stati necessari, per ricostruire sulle rovine del passato, ordine e tranquillità.

E vengo ai fatti. Dopo lo sbarco dei Mille a Marsala e la conquista della Sicilia da parte delle truppe garibaldine, Garibaldi, con rapida marcia vit­toriosa, il 7 settembre era entrato a Napoli, costringendo Francesco II ad abbandonare la Capitale e a rifugiarsi a Gaeta. Gli avvenimenti intanto precipitavano, e in tutti i paesi dell'an­tico Regno napoletano, anche in quelli non ancora controllati dal vincitore, si organizzavano, attraverso la Guardia Nazionale, governi provvisori, in attesa di salutare le truppe vittoriose.

Ciononostante, dappertutto si aggiravano ancora gli affezionati all'antica dinastia e dovunque si riorganizzavano resistenze: quasi non si voleva accettare la nuova situazione e si sperava ancora in un capovolgimento. Ed anche dopo il 10 ottobre, in seguito alla notizia della disfatta al Voi turno dell'esercito borbonico, focolari di disturbo e di resistenza continuavano ad essere accesi in varie parti dell'antico Regno, mentre voci contraddittorie erano a bella posta diffuse qua e là da emissari borbonici per tener desta la speranza in una prossi­ma risurrezione del regime, crollato sia per il valore dei soldati gari­baldini e piemontesi sia per il volere di buona parte delle popola­zioni meridionali.

È naturale che nelle nostre zone, confinanti con lo Stato del­la Chiesa, dove era più facile sconfinare e mettersi in salvo più pre­sto, resistenze durarono a lungo. Così la Valle Roveto, per la sua po­sizione geografica, vide passare per mesi e mesi, anzi per anni, reg­gimenti e reggimenti di fanteria, di granatieri e di bersaglieri, squa­droni di cavalleria, carri da guerra e pezzi di artiglieria, che si spo­stavano continuamente, dovunque ve ne fosse il bisogno, per man­tenere l'ordine nei nostri paesi e reprimere tempestivamente ogni accenno di rivolta.

Fin dal 15 settembre 1860 si era organizzata, dopo un decreto di Francesco II, una brigata di volontari, formata da quattro batta­glIoni, di sei compagnie ciascuno. Comandava la Brigata il Colon­nello Barone Teodoro Federico Klitsche De La Grange, uno stranie­ro, che da più anni era in Caserta. Il colonnello, che aveva al principio di ottobre in Sora il suo quartiere generale, veniva informato giorno per giorno delle mosse dei nazionali e garibaldini, già padroni della Marsica, ed armava nel­lo stesso tempo chiunque si presentasse da lui e intendesse difendere la monarchia borbonica.

Il 3 ottobre, 30 giovani di S. Giovanni Valleroveto, avute armi e munizioni, partivano da Sora, pronti a sbarrare con altri armati la strada alle truppe garibaldine che si andavano concentrando in Avezzano e minacciavano di calare nella Valle Roveto. A questo drappello si aggiungevano altri 50 reazionari della squadra di Lui­gi Alonzi, il famoso Chiatlone, nativo della Selva di Sora, e alcuni volontari siciliani.

Il 4 ottobre si fermava la spedizione a Balsorano per sorpren­dere alcuni liberali (nazionali) sorani, che colà si erano rifugiati, onde sfuggire alle rappresaglie dei sostenitori di Francesco II. La squadra punitiva, dopo averli arrestati, tornò a Sora nella serata; ma il giorno seguente da Avezzano calarono in Civitella Roveto i na­zionali ed urgenti richieste di aiuti giunsero da parte dei borbonici della valle. Allora La Grange decise di agire.

Con due battaglioni di volon­tari e due cannoni avanzò in direzione di Balsorano, ove sostò la notte dal 5 al 6 ottobre. All'alba del 6, marciò alla volta di Civitella, ma sotto Civita d'Antino, lungo la strada, lo aspettava in una im­boscata un forte gruppo di garibaldini, che avevano raggiunto il gior­no precedente Civitella Roveto.Il colonnello, quasi avesse preveduto la sorpresa, aveva già piazzato in quelle vicinanze sopra un'altura uno dei due cannoni, poi in persona proseguiva con le truppe per la Nazionale. Al suo passaggio, uscirono improvvisamente dall'agguato i garibaldini; co­minciarono allora da ambo le parti scariche di fucileria, mentre apriva il fuoco il cannone già piazzato. I garibaldini, sorpresi a loro volta dalla immediata reazione del nemico, ebbero la peggio.

Parec­chi furono fra essi i morti e i feriti, mentre il grosso si dava alla fuga. La sparatoria che ne seguì e si protrasse per ore durante l'inse­guimento lungo la Nazionale, oltre Capone, oltre Le Prata di Civitella, fino sotto Santacroce (Canistro), gettò il panico nelle popolazioni che fuggirono nei colli vicini o alle falde dei monti. Alla notizia del favorevole fatto d'arme, si ebbe la prima rea­zione dei contadini della zona e di altri gruppi armati della Valle Roveto, aizzati dai borbonici del luogo alla rivolta e alla rappresa­glia: ho detto la prima, perché nei giorni seguenti allo scontro de­scritto, si sollevò la Marsica e si ebbero i gravi moti di Tagliacozzo.

A che non arriva la passione politica? Essa mostra sempre gli i­stinti peggiori della folla e gli odi secolari delle famiglie. In ogni paese di Valle Roveto non mancarono le rappresaglie; dovunque vennero ricercati o denunziati o percossi i nazionali. Più deplorevoli e gravi i fatti di Civitella Roveto. In quella giornata per­dette la vita il giudice di Civitella, Federico Venerosi, che non aveva cercato mettersi al sicuro.

Trovato nascosto in un pagliaio dai rivol­tosi, fu barbaramente percosso e ferito a morte. In seguito alle ferite ed ai crudeli maltrattamenti patiti, morì appena giunto in paese. La reazione non si fermò a questo crimine efferato, ma si sfogò senza pietà contro uomini e cose, e risuscitò vecchi rancori personali e il più basso spirito di vendetta. Fu incendiata la «locanda» nuova dei Ferrazzilli, situata lungo la strada, e furono saccheggiate in pae­se la casa dei signori Giuseppe e Domenico Antonio Ferrazzilli e la locanda dello Stagnaro. Contro la famiglia Ferrazzilli c'era la mano di Giacomo Giorgi, di cui parlerò fra poco.

Per fortuna l'intervento in extremis dello stesso colonnello La Grange impedì che la casa dei Ferrazzilli ed altre case fossero date alle fiamme. I garibaldini, nello scontro, oltre alle perdite subite, avevano la­sciato nelle mani dei borbonici alcuni prigionieri, che furono tradotti nelle carceri di Sora. Dal 6 ottobre in poi la strada che porta da Sora ad Avezzano di­ventò difficile e pericolosa. Da una parte i fanatici borbonici e dall'al­tra anche non pochi nazionali furono sempre pronti a vendicare vec­chie ingiurie o a minacciare a mano armata avversari politici e spesso innocui viandanti, che avevano osato mettersi in viaggio.

Dopo la sanguinosa giornata di Civitella Roveto la reazione si estese: fu la volta della Marsica ove divampò la ribellione, alimenta­ta dalle più stravaganti notizie di un prossimo ritorno dei Borboni sul trono di Napoli. Parlamentari avezzanesi venuti a Sora il 12 ottobre si accordaro­no col colonnello La Grange perché fosse sostituito il Sotto-intendente Vincenzo Falcone con Giacomo Giorgi, nato a Tagliacozzo, ma da tempo residente a Civitella, dove aveva sposato una donna del luogo, appartenente ad una distinta famiglia del paese, Maddalena Villa.

Il Giorgi così, un avventuriero spregiudicato e senza scrupoli, diventò l'arbitro, anche se per pochi giorni, della Valle Roveto e della Marsica; egli senza alcun merito fu capace con i suoi intrighi e con la sua audacia di giungere ad alti posti di comando e, terrorizzando le nostre terre, impose pesi alle nostre popolazioni, pretendendo vi­veri e danaro dai Comuni di Valle Roveto.

In una nota inviata dal Comune di Balsorano il 18 gennaio 1861 al Ministero dell'Interno della Luogotenenza di Napoli, trovo la pro­va delle estorsioni del «sedicente Sotto-intendente Giacomo Giorgi»e del Giudice Regio Pietro Di Lorenzo, i quali costrinsero «i funzio­nari municipali a pagamenti », pretendendo rispettivamente 40 e 30 ducati. Nella nota si aggiunge che a nulla valsero «le raccomanda­zioni; fatte dal Sindaco e dal Cassiere Comunale, i quali fecero pre­sente il misero stato in deficit della Cassa Comunale, perché i signori Giorgi e Di Lorenzo, spalleggiati da centinaia di villani reazionari armati dei paesi circonvicini, minacciarono non solo tasse forzose ai Comuni ed ai proprietari facoltosi, ma fucilazioni, legnate, carcera­zioni per i renitenti al pagamento, spacciando facoltà loro concesse da Autorità superiori ».

Una indescrivibile ondata di terrore corse per la Valle Roveto du­r:mte la malaugurata reazione marsicana. L'arbitrio e la prepotenza fecero da padroni in quei giorni e unica via di salvezza restò quella di starsene nascosti e attendere tempi migliori. Con un altro battaglione di volontari si trasferiva La Grange il 18 ottobre ad A vezzano attraverso Valle Roveto.

Da questo momento, ripetendo minacce o estorsioni, passano e ripassano la valle, prove­nienti da Sora o reduci da Magliano, da Avezzano o da Rocca di Mez­zo, squadre mal vestite di armati o meglio bande raccogliticce di reazionari, al soldo degli improvvisati generali borbonici. Furono le giornate della fine dell'ottobre 1860 per Valle Roveto e per la Marsica le più terribili di quell'anno, carico di avvenimenti.

Solo dopo la sconfitta subita al Macerone dal generale Scotti ad opera di Cialdini, comandante delle truppe piemontesi, suben­trò in tutti la certezza della fine dei Borboni e della prossima libe­razione dei nostri disgraziati paesi. E caddero nello stesso tempo ad una ad una le speranze dei legittimisti. Alla fine di ottobre e ai primi giorni di novembre incalzarono gli eventi: Vittorio Emanuele II, già salutato presso Teano re d'I­talia da Giuseppe Garibaldi, spezzate le ultime resistenze delle trup­pe borboniche ormai in dissoluzione, entrò trionfalmente a Napoli l'8 novembre.

Restava da espugnare l'ultimo baluardo, che Fran­cesco II cercò difendere per altri tre mesi: la fortezza di Gaeta. Ci si avviava all'unità della patria. Con gioia fu proclamato re Vittorio Emanuele Il in tutto il ter­ritorio dell'ex-Regno napoletano e sventolò per la prima volta dai no­stri Comuni e dalle finestre delle nostre case il tricolore d'Italia.

Tornò nello stesso tempo dappertutto la Guardia Nazionale e si sperò l'avvento della normalità in tutta l'Italia meridionale, dopo tanto sangue fraterno versato e tante dolorose vicende. Ad Avezzano era giunto intanto con varie centinaia di soldati piemontesi, onde restaurarvi l'ordine, il Generale Pinelli. Gli scontri si fanno ora in Valle Roveto sporadici.

Purtroppo iniziò la guerriglia che doveva prolungarsi per anni. Bande di uo­mini armati vissero uccelli di bosco sui monti, scendendo di tanto in tanto al piano o più spesso nei nostri paesi, situati più in alto, per estorcervi viveri o per mettere in atto i loro propositi di vendetta. La lotta a favore di un regime si trasformò in brigantaggio. "Fu lo sbandamento, dice giustamente Raffaele De Cesare, la prima radice delle reazioni e del brigantaggio negli Abruzzi, e in tutto il Regno.

A misura che gli sbandati tacevano ritorno nei pae­si nativi, erano accolti dai liberali con ingiurie e sevizie, ed incorag­giati dai borbonici a buttarsi in campagna, perché l'ora della restau­razione non sarebbe tardata a suonare." Il brigantaggio fu il prodotto ineluttabile di una società corrot­ta ed egoista, della miseria più nera delle popolazioni meridionali, di odi inveterati che non si spensero tanto presto e che si trascina­vano da generazioni nelle famiglie, dell'opportunismo, che continuò sovrano ancora per lungo tempo, di esaltare oggi il nuovo Regno pie­montese, di rimpiangere domani il caduto Regno borbonico.

Il brigantaggio fu anche la conseguenza del cambiamento re­pentino di governo, avvenuto in tempi non del tutto maturi, per cui la storia. se condanna il brigantaggio come una triste manifestazione priva d'ogni senso morale, è costretta dopo averne studiato e vaglia­to attentamente le cause, ad essere meno severa con esso e accusare anche le circostanze che lo videro nascere.

E torno alla narrazione degli avvenimenti di quell'anno e de­gli anni successivi. Da questo momento accennerò soltanto agli scon­finamenti, alle minacce, alle devastazioni, ai saccheggi, alle stragi di cui furono vittime le popolazioni di Valle Roveto dopo il no­vembre 1860. Nel dicembre insorsero i contadini di S. Vincenzo e di S. Gio­vanni; tra essi e i nazionali, prontamente accorsi, ebbe luogo un bre­ve scontro con qualche ferito; l'insurrezione fu domata sul nascere.

Ed ecco, alla fine dell'anno, già correva la voce che il colonnel­lo La Grange con migliaia di soldati si apprestava ad invadere dallo Stato Pontificio gli Abruzzi e le zone che vanno da Ceprano a Sora. Nello stesso tempo piccoli focolai di rivolta si accendevano in conti­nuazione nei paesi della valle, come a Civitella, come a Morino, co­me a S. Giovanni. Il tentativo di invasione si ebbe il 13 gennaio del 1861.

Il Loverà, il La Grange e il Giorgi comparvero improvvisamente sulle monta­gne e scesero su Tagliacozzo, riportando solo un modesto successo contro due compagnie di Piemontesi, comandate dal Maggiore Fer­rero. Poi, i Piemontesi, avuti rinforzi, con una energica controffen­siva respinsero gli invasori, costringendo li a ritirarsi sulle montagne. Infatti, verso la metà di gennaio, da Sora si erano affrettate a portar­si d'urgenza nella Marsica, attraverso Valle Roveto, quattro compa­gnie di soldati piemontesi con un reparto di cavalleria.

Nel gennaio dello stesso 1861 si era avuto senza gravi conse­guenze un altro movimento insurrezionale contro il nuovo regime nella frazione di Rendinara. Il 22 gennaio altri 800 soldati piemontesi con due cannoni tran­sitarono per Valle Roveto diretti nella Marsica: ormai il tentativo di Loverà era completamente fallito. Dopo i fatti descritti, i centri della Valle Roveto vennero tutti presidiati, e stazionarono in permanenza soldati a cavallo a Balso­rano, alla Taverna del Re e a Civitella Roveto.

Il 30 gennaio 2 battaglioni di piemontesi si spostarono da Sora ad Avezzano e il 4 febbraio passò per la valle, diretto nella Marsi­ca, anche il Generale De Sonnaz, che ritornò a Sora il 6 dello stesso mese. Finalmente il 13 febbraio 1861 si giunse all'ultimo atto: si ar­rendeva la fortezza di Gaeta e si rifugiava a Roma Francesco II. Il 19 di quello stesso mese veniva proclamato al Parlamento subalpino il nuovo Regno d'Italia.

Ad evitare sorprese, fanno ora la spola tra Sora ed Avezzano, durante i mesi di gennaio e di febbraio, le truppe piemontesi. Infat­ti, in quell'anno furono necessari più volte per il ritorno dell'ordine, turbato qua e là, interventi di truppe. Il 6 marzo tempestiva fu la repressione della sommossa di S. Giovanni Valleroveto. Soldati inviati rapidamente da Civitella e da Sora circondarono il paese e la insurrezione veniva presto soffoca­ta: 18 persone furono tratte in arresto e condotte alle carceri di Sora. Il 27 giugno, armati reazionari sconfinavano dallo Stato Pon­tificio, entravano in Roccavivi derubando e saccheggiando abitazio­ni; fra queste casa De Gruttis.

Il 28 giugno due soldati nazionali, che perlustravano la strada, vennero uccisi per errore in Balsorano dai soldati del terzo batta­glione del 43° di linea, che si dirigevano a Sora, provenienti dall' A­quila.Il 29 giugno tutto Balsorano era in allarme: era annunziata imminente una invasione di armati stazionanti per le montagne. Molti cittadini lasciarono il paese, cercando rifugio altrove.

Il 12 luglio bande armate entrarono ancora una volta, per pro­curarsi viveri, in Roccavivi. Anche il paese di Castronovo fu sac­cheggiato. Il 17 luglio dalle montagne di Collelongo una banda armata piombò sul paese di S. Giovanni e vi incendiò alcune case, fra cui quella della famiglia Urbani. Intere famiglie di S. Giovanni e di S. Vincenzo fuggirono a Sora. La lotta, come già si vede da questa cronaca, si è in gran parte allontanata dal piano politico, per cui era stata scatenata.

Ora, dalla guerriglia, instaurata allo scopo di tenere accesa la fiammella della ri­scossa e sempre sveglia la speranza di un eventuale ritorno borboni­co, si è passati ad atti di vandalismo, ad azioni brigantesche. Così, liberi e non compromessi cittadini vengono aggrediti in viaggio e rapinati, mentre le diligenze che portano la posta sono fermate e svaligiate. Molti dei malviventi, che sfuggono alla giustizia, da tempo ri­cercati per reati commessi durante i mesi della reazione, scendono ora dalla montagna in cerca di viveri, e spesso, con lo scopo di ven­dicarsi, spinti dall'odio inestinguibile e dalla vecchia passione di par­te, dei loro avversari politici.

Il 15 agosto 1861 Morrea fu minacciata da una grossa banda, calata dalle vicine montagne di Collelongo. Parte della banda entrò in paese, parte restò di guardia alle porte. Scopo della spedizione fu quello di disarmare il corpo di guardia e privati cittadini. Non poche famiglie di Morrea, ma anche dei paesi di S. Vincenzo e di S. Giovanni, abbandonarono le loro case.

Il 5 ottobre si scontrarono armati della montagna e soldati pie­montesi, di stanza a Rendinara. Immediatamente accorsero in aiuto i soldati dei presidi di Civitella e di Roccavivi, mentre rinforzi giun­gevano a Rendinara anche da Sora il giorno seguente. Il Governo di Torino intanto si preoccupava di alleviare le sof­ferenze delle nostre popolazioni e studiava i mezzi più adatti per venire incontro agli urgenti bisogni dei nostri paesi e di tutto l'ex­reame di Napoli.

Proprio durante quei giorni, precisamente il 9 ot­tobre, era di passaggio per la Valle Roveto il Ministro dei Lavori Pubblici, diretto a Torino. Ma seguitiamo la nostra narrazione. Il 6 novembre i banditi sequestrarono il vecchio abate di Castro­novo, D. Giuseppe Baccari, e lo trasportarono nella montagna. Altri banditi ricercarono invano nel paese di Meta il sacerdote D. Vincen­zo Di Cesare, nativo di Civita d'Antino.

E proprio a Meta quegli uomini armati si rifornirono abbondantemente di viveri in casa Chia­relli per poi ritirarsi. Soltanto dopo sei giorni, il 12 novembre 1861, l'abate Baccari fu riscattato col versamento di 1200 ducati. Il 17 novembre, a tre ore di notte, fu invasa dai briganti Civita d'Antino. Non solo furono saccheggiate delle case, specialmente quelle delle famiglie Cerrone e Boccia, ma furono sequestrati e con­dotti come ostaggi in montagna il sacerdote D. Luigi Cerrone e al­cune persone della famiglia Boccia.

Il 18 novembre una commissione di cittadini di Canistro giun­geva a Sora dal colonnello Lopez a chiedere forze per difendere il paese minacciato dai banditi della montagna; fu spedita a quella volta mezza compagnia di soldati.Il 28 novembre giungeva la dolorosa notizia che il sacerdote D. Francesco Cerrone e suo fratello Achille, di Civita d'Antino, era­no stati uccisi nelle montagne; i due Boccia invece, catturati con i Cerrone dai briganti il 18 di quel mese, furono rilasciati e tornarono presso le loro famiglie.

L'11 dicembre venne chiesto al colonnello Lopez, sempre di stanza a Sora, l'invio di truppe in aiuto di Morrea e di altri paesi della valle. Un dicembre che nessuno poté così presto dimenticare fu quel­lo del 1861! Era un grosso rischio per tutti viaggiare lungo la stra­da nazionale. Il 14 dicembre partì per Valle Roveto da Sora una compagnia di linea del 44°: di essa metà si stabilì in S. Vincenzo e metà in S. Giovanni.

Nei giorni che precedettero il Natale i briganti rubarono 10 vac­che nel territorio di Civitella e le trasportarono a Filettino; la stes­sa sorte toccò a 50 suini nella macchia di Morino.Il 24 dicembre restò Civitella sotto l'incubo di una invasione di briganti: per far fronte a qualunque eventualità un'altra com­pagnia di soldati fu inviata di rinforzo da Sora. A Rendinara un ennesimo scontro fra soldati piemontesi e ban­diti della montagna il 29 dicembre. Il 30 passarono per la valle altre due compagnie di truppa regolare, provenienti da Sora.

Il 1861 si chiuse così in un fosco scenario di terrore. E fino a che vi furono banditi, la situazione restò sempre precaria, e le per­sone con i loro beni rimasero alla mercé dei facinorosi della mon­tagna, uomini senza Dio e senza legge. Il 1862 fu meno agitato e lasciò maggior respiro agli abitanti di Valle Roveto, ma anche esso diede ai nostri paesi ansie e trepida­zioni, assieme a lutti e dolori. Il 28 marzo 1862 si trasferì in Valle Roveto una compagnia del 44° e la mattina del 30 dello stesso mese fece una improvvisa apparjzione in Civitella Roveto il Generale Govone: restò a Civitella po­che ore e già si trovava a Sora la sera dello stesso giorno, alle ore 24.

Il 6 aprile sono di passaggio per la valle, provenienti da Sora, due compagnie di soldati, che si dirigono a marce forzate, per rista­bilirvi l'ordine, a Luco dei Marsi e a Collelongo. L'8 aprile, il Generale Govone, seguito immediatamente dopo da altre compagnie di soldati, da Sora partì per gli Abruzzi.Nella notte dal 9 al 10 aprile i Ridotti di Balsorano ebbero la poco lieta visita dei briganti.

Essi, dopo aver saccheggiato la casa di Angelo Cascone, condussero nelle montagne suo nipote Giorgio Va­lentini e chiesero per il suo riscatto 4000 duca ti. Il 13 aprile sfilò per la valle, diretta a Tagliacozzo, una com­pagnia di bersaglieri. La Valle Roveto rimase in tal modo presidia­ta in tutti i suoi paesi per essere difesa dalle frequenti incursioni dei banditi. Il 5 maggio partì per la valle l'ultima compagnia del 44°, incaricata di riunirsi alle altre compagnie, dislocate in Valle Rove­to e nella Marsica.

Il 16 maggio erano preda degli uomini della montagna greggi di pecore e di capre a Roccavivi e ai confini fra Roccavivi e Sora. Il 22 maggio rimaneva schierata lungo la strada la compagnia di stanza a Balsorano, pronta a respingere un eventuale attacco degli armati della montagna.Il 30 giugno rimaneva asserragliato in caserma il presidio di Rendinara, attaccato improvvisamente dai fuori-legge.

Il presidio, subito liberato dalle truppe prontamente intervenute da Civitella e da Morino, costringeva gli assalitori a riprendere la via dei monti. Fra tante notizie tristi una buona, e foriera di belle speranze per le popolazioni della Marsica. Non sarebbero passati molti anni e quella nobilissima terra, grande per le sue memorie storiche e per la sua laboriosità, avrebbe avuto davanti a sé al posto del lago una fertile pianura.

Infatti, il 9 agosto 1862, affluirono per la prima volta nel Liri le acque del Fucino attraverso il vecchio emissario dell'im­peratore Claudio, per la cui restaurazione iniziarono i colossali la­vori nel 1854 e furono proseguiti con tenacia fino al 1876 dal prin­cipe Torlonia. Le prime acque del lago furono immesse nel fiume Liri alle ore 17 del 9 agosto e arrivarono a Sora un' ora dopo la mez­zanotte del 10 agosto. Intanto il 31 agosto la solita banda armata della montagna sce­se ancora una volta nel paese di Rendinara. In una imboscata i ber­saglieri, di presidio a Roccavivi, accorsi in aiuto, ebbero un morto e qualche ferito. Nella notte dell’11 settembre un'altra banda mise a sacco alcu­ne case a valle di S. Vincenzo Valleroveto.

Tra il piccolo distacca­mento di Castronovo, subito venuto in aiuto, e il gruppo di banditi seguì una sparatoria di circa quattro ore con feriti da ambo le par­ti. Due giorni dopo lo scontro partì in colonna mobile per Valle Ro­veto la prima compagnia del 1 battaglione del 44°; con la compa­gnia partì lo stesso comandante colonnello Lopez. Altre compagnie dello stesso reggimento lasciarono Sora il 15 settembre. Il 18 settembre Pasquale Boccia di Civita d'Antino, che tornava al suo paese da Civitella Roveto,affrontato lungo la via da quattro individui della montagna, venne selvaggiamente assassinato.

Il 27 settembre circa 300 granatieri giunsero in Valle Roveto per essere distribuiti, onde presidiarli, nei vari paesi. Il 18 ottobre transitavano dirette ad Avezzano due compagnie di bersaglieri. Da ora in poi la strada da Avezzano a Sora si farà più sicura e gli abitanti dei nostri paesi vivranno più tranquilli. Ancora molti sono i briganti che scorazzano impuniti per le montagne, ma la presenza di numerose truppe, scaglionate in ogni paese, e la legge inflessibile, che va condannando inesorabilmente non pochi brigan­ti catturati, rendono meno audaci quegli uomini, avvezzi da tempo a mal fare e avidi solo di bottino e di vendetta.

Il 6 marzo 1863 si era riunita a Sora una commissione di Depu­tati per la lotta al brigantaggio: alla riunione parteciparono il Pre­fetto di Terra di Lavoro e il generale Villarey. L'8 marzo partì la commissione per Civitella Roveto, ma raggiunto appena Balsorano, richiamata telegraficamente, fece ritorno a Napoli. Ad ogni modo si erano studiati in quella riunione preliminare i mezzi più adatti a combattere i briganti che infestavano la nostra regione. Il 29 aprile era di passaggio per Valle Roveto con soldati di ca­valleria il generale La Marmora. A Rendinara, il 20 settembre, gli uomini impenitenti della mon­tagna attaccarono improvvisamente le forze dell'ordine di stanza in quel paese.

Al principio di maggio del 1864 i banditi riappaiono sui monti di Roccavivi e di Balsorano. Il 5 maggio altre bande armate furono avvistate nella Grotta di S. Angelo di Balsorano. Da queste segnai azioni risulta che il brigantaggio non ancora era stato completamente debellato, però è opportuno constatare che i banditi della montagna erano diventati meno arditi di un tempo e non scendevano più nel fondo della valle. Intanto nella notte del 3 giugno 1864 in Rendinara una senti­ nella feriva un suo commilitone che non aveva risposto all'alto là.

Il 12 gennaio 1865 arrivò a Civitella Roveto un battaglione del 67° di linea. Il 28 agosto 1865, alle ore definitivamente nel Liri le acque ora dopo le 18. Nel maggio del 1866 vennero avviate sulla linea del Mincio le truppe dislocate fra noi per essere impiegate contro l'Austria nella terza guerra d'indipendenza. Furono in parte sostituite da truppe richiamate. Per precauzione durante quei giorni si procedette ad arresti di persone sospette.Continuarono a passare truppe per l'Alta Italia nei mesi di giu­gno e di luglio.

Il 26 giugno arrivava la notizia che il generale Vil­hrey, già comandante della zona di Gaeta, era caduto combatten­do sul Mincio. Alle ore dodici e mezzo del 12 ottobre di quell'anno 40 briganti fermarono nella salita di Capistrello la diligenza che faceva servi­zio Avezzano-Sora, derubando il postiglione e asportando la posta. Per fortuna nessun passeggero era nella diligenza.

Durante la campagna del 1866 contro l'Austria fu mobilitata la Guardia Nazionale dei nostri paesi e licenziata appena finita la guerra. Al principio di ottobre nella frazione Ridotti di Balsorano cat­turarono i briganti un fratello del sacerdote Domenico Valentini, che poi fu ricondotto in casa dagli stessi banditi. Sequestrarono pe­rò altri due fratelli del Valentini, pretendendo 3000 duca ti per il ri­scatto.

Non avendo la famiglia tale somma, le mandarono i brigan­ti un orecchio di uno dei due disgraziati, minacciando di ucciderli ambedue, se non fosse stata sborsata la somma. Il 29 ottobre per Valle Roveto fu di passaggio un battaglione del 62° di linea; un altro battaglione passò il 12 novembre. Nulla di nuovo si ebbe a registrare nei primi mesi del 1867, tran­ne le truppe che transitarono per la valle il 16 gennaio. Il 15 agosto, Menotti, figlio di Giuseppe Garibaldi, da Avezzano si diresse per Valle Roveto a Sora.

In Avezzano era stato ospite del­la famigli:l Mattei. Nel settembre e nell'ottobre di quell'anno si venivano arruolan­do qua e là gruppi di garibaldini allo scopo di penetrare nello Sta­to Pontificio e tentarvi colpi di mano. Era in corso nel vicino Sta­to della Chiesa l'audace impresa di Garibaldi, che doveva fallire.Il 27 ottobre da Rendinara erano diretti a Sora alcuni garibal­dini dispersi, mentre il giorno seguente partiva per Rendinara da Civitella Roveto un'altra spedizione di garibaldini.

Aveva organiz­zato il Nicotera le squadre garibaldine negli Abruzzi e nelle zone di Ceprano e di Sora. Dal 7 al 14 novembre, dopo la disgraziata giornata di Mentana (3-11-1867), tornavano ai loro paesi sbandati numerosi garibaldini. Nell'autunno del 1868, alcuni casi di colera, specialmente in Bal­sorano, misero in allarme le popolazioni. Il 17 febbraio arrivarono in Valle Roveto tre carri con tutto l'occorrente per fissarvi il telegrafo militare, con stazione principa­le in Civitella, e combattere più facilmente i briganti, senza dar loro un momento di respiro. In realtà si era notata in quei giorni una pericolosa recrude­scenza del brigantaggio.

Al mattino del 27 febbraio 1868, 8 briganti fermarono sotto Morino la diligenza per Sora e derubarono dell'orologio e del denaro un capitano dei bersaglieri, proveniente con la moglie da Taglia­cozzo e diretto a Napoli. Scariche di fucileria seguirono tra i bri­ganti e i carabinieri del luogo.Il 3 marzo gli stessi 8 briganti assalirono una casa a Rendinara; il padrone della casa, che impalava la porta, fu raggiunto da una raffica di fucileria, che gli fratturò un braccio; accorse le forze del­l'ordine, i malviventi si davano alla fuga. Il 12 marzo 1868 due briganti, travestiti da bersaglieri, si presen­tarono alla taverna di Capone, sulla strada per Civitella, sequestra­rono due persone e le trasportarono in montagna. Un'altra masnada di 12 banditi, con a capo un certo Cedrone di S. Donato Val di Comino, aggrediva nel fossato dei Sassi, sotto i Ri­dotti, due negozianti di legname, che riuscivano a mettersi in salvo.

Il 22 marzo, a Morino, in un conflitto con la forza pubblica, un brigante rimaneva ucciso ed un altro ferito. Nella prima decade di aprile veniva annientata la banda di bri­ganti, composta di cinque loschi figuri, purtroppo nativi dei nostri paesi, divenuta il pericolo numero uno della zona: della banda fa­ceva parte anche chi aveva ucciso nel febbraio di quell'anno il sin­daco di Morino, Giacinto Ferrante.

L'ultimo di questa terribile as­sociazione a delinquere fu fatto fuori da Onorato Gorga di Brocco (oggi Broccostella), che si trovava a Morino per la caccia. In quei giorni era segnalata un'altra banda per le montagne che da Civita d'Antino raggiungono Pescosolido. Salì sulla monta­gna, che domina Balsorano e Pescosolido, la sera del 23 maggio con­tro i briganti anche la compagnia di linea che stazionava a Balsorano. La notte del 4 agosto furono avvertite scosse di terremoto in senso ondulatorio della durata di circa 12 secondi. Il generale Pallavicino sostò a Balsorano il 14 settembre, poi pro­seguì per Avezzano.

Il 3 novembre fermò a Civitella per qualche ora una compa­gnia di bersaglieri proveniente da Magliano e diretta a Sora. Nello stesso giorno transitavano per Valle Roveto sei lancieri a cavallo, partiti da Sora. Poco da segnalare nell'anno 1869, tranne i passaggi per Valle Roveto di truppe che si trasferivano dal sud al nord: così, il 9 giu­gno, il 61° Reggimento di linea era diretto a Rieti, e, il 13 giugno, partito da Sora, transitava per la valle l'ultimo battaglione del 62°. Meno attive si dimostrarono in quell'anno anche le bande bri­gantesche, perseguitate con azioni rapide e tenaci dall'esercito.

Il 16 luglio, una compagnia di bersaglieri, in perlustrazione ai confini tra Balsorano e Pescosolido, incontrò il disgraziato guarda­boschi di Balsorano, e avendolo creduto bandito, lo freddò per er­rore a fucilate. Poi, tutto si svolse in Valle Roveto liscio e piano fino all'agosto 1870. Solo al principio di settembre furono notati improvvisamente quotidiani movimenti di truppe italiane ai confini dello Stato della Chiesa. Il Regno d'Italia aveva deciso, anche profittando del ritiro dal Lazio della guarnigione francese, di occupare Roma.

Il 6 settembre la truppa di linea che si trovava di stanza a Ci­vitella Roveto e a Balsorano fu trasferita nei pressi di Carsoli. Non sto ora a ripetere gli avvenimenti di quei giorni, che fanno parte della nostra storia patria; dico ancora una volta che la presa di Roma aveva turbato la coscienza del popolo italiano, profon­damente cattolico. Il turbamento continuò per circa 60 anni, anche se gli Italiani divennero sudditi devoti e cittadini rispettosi delle leggi del nuovo Stato.

Però era da tutti auspicato il giorno della pacificazione fra Chiesa e Italia. Quel giorno venne finalmente soltanto ai nostri tempi, 1'11 feb­braio 1929, con la Conciliazione e la firma dei Patti Lateranensi. Intanto, se il 1870 aveva turbato le coscienze del popolo italiano, esso aveva nello stesso tempo portato più tranquillità alle nostre po­polazioni: era terminato il brigantaggio. I briganti ormai, già perseguiti in una lotta titanica, che aveva Visto impiegate forze eccezionali dell'ordine contro di loro, scompar­vero dalle nostre montagne, lasciando di sé e delle loro imprese solo il nefasto ricordo.

Termina così questo capitolo, nel quale ho avuto di mira in­nanzi tutto la verità storica; ho cercato di dare una visione chiara delle condizioni dei nostri paesi durante il decennio 1860-1870. Ho narrato fatti ed episodi, appresi in parte dalla viva voce di persone nate in quegli anni e degne di fede, o da altre non molto lontane nel tem­po dai protagonisti di quelle drammatiche vicende. Inoltre mi son servito di un diario prezioso, che ho spogliato di ogni passione e ri­sentimento di parte, badando semplicemente allo svolgimento degli avvenimenti e trascurando i commenti dell'autore del diario.

Infine ho confrontato con documenti d'archivio o con testi severi di storia le notizie sapute da persone vicine all'epoca narrata e le notizie con­tenute nel l' accennato diario, allo scopo di presentare una storia at­tendibile e non un racconto fantastico, alterato dalla immaginazione o da spirito fazioso.   

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