La Valle Roveto nell’alto Medio Evo

 

Mentre si inseguirono le dominazioni dei Goti, dei Bizantini, dei Longobardi, dei Franchi e degli Ottoni, durante i cinque secoli durissimi, che vanno dalla caduta dell'Impero Romano alla fine del primo millennio dell'Era Cristiana, Valle Roveto divenne la via preferita di molti eserciti, diretti a sud o a nord d'Italia, mossi da brama di conquista o da spirito di vendetta o da sola sete irre­sistibile di saccheggio.

E quando coi Longobardi cominciò la sua storia il Ducato di Spoleto, Valle Roveto fu il confine tra questo e il Ducato di Benevento. Nessuna meraviglia che nei tempi delle inva­sIOni barbariche quasi tutti i paesi della nostra terra sorsero alle pendici dei monti o in luoghi lontani dal fondo della valle. Soltanto nella inaccessibilità dei luoghi trovarono le popolazioni scampo e difesa.

Durante questi secoli i barbari passarono devastatori nelle re­gioni meridionali d'Italia. Forse è stato meglio che la storia, travol­gendo tante memorie, non abbia tramandato neppure l'amaro rac­conto di quel che vissero le popolazioni nostre. Un silenzio profondo copre quest'epoca. Eppure non è finita la vita nella nostra troppo spesso dimenticata zona d'Abruzzo. Una storia oscura e senza nome si svolse nelle nostre borgate arroccate ai piedi dei monti, mentre il fiume Liri, giù nel fondo, continuò il suo corso tortuoso, in cerca delle pianure del Lazio e della Cam­pania.

Quanta storia di stenti, di fame, di guerre, di invasioni, di fu­ghe sui monti per abitanti inermi e costretti dalla necessità a servire e a soffrire! Quelle generazioni conobbero certamente penosi sacri­fici, rinunzie senza fine e il sicuro rimpianto di gloriose memorie, che Roma, la dominatrice di un tempo, aveva lasciate indelebili nel popolo nostro.

Anche se gli invasori sapevano di non riportare grosso bottino da piccoli paesi, non evitarono mai che spesso Valle Roveto si cam­biasse in terra bruciata o in terra di nessuno. E vissero i nostri ante­nati ore di spavento e si videro tante volte costretti a lasciare case ed armenti, a rifugiarsi precipitosamente sui monti, in attesa di gior­ni migliori. Tornando dopo il pericolo nelle loro abitazioni, dopo lo scempio consumato sulle terre del loro sudore e sulle loro povere cose, dovettero cominciare di nuovo a ricostruirsi faticosamente l'e­sIstenza.

Così, per la sua posizione centrale di transito obbligato, Valle Roveto restò per tutti un ponte strategico che fece comunicare in minor tempo con eserciti già in marcia, che tagliò a molti nemici la ritirata, che diede la possibilità di raggiungere località decisive per la fine di una lotta, di portare aiuti ad alleati in pericolo, di sor­prendere con rapide mosse di avvicinamento un invasore audace e temerario e poi batterlo o costringerlo alla resa.

Una terra, che ai tempi della Repubblica Romana e dei bellicosi Marsi aveva sostenuto una lotta memorabile per la libertà e l'ugua­glianza di diritti, conobbe, nell'alto Medio Evo, la prepotenza dei tiranni, il diritto dei più forti, la legge del sopruso, della vendetta e dell'oppressione elevata a sistema. Di quante lagrime, di quanti travagli, di quante dolorose vicende, di quante inutili stragi fu te­stimone la Valle Roveto, la quale, posta quasi al centro d'Italia, ebbe l'atroce destino di vedersi spesso calpestata e distrutta da eserciti e da orde di invasori, e servire agli interessi e all'egoismo di genie straniera!

Dopo l'incerto regno di Odoacre, tutta la penisola era conqui­stata dai Goti. Anche la Marsica e la Valle Roveto furono percorse e devastate dai nuovi conquistatori. Poi tornarono i Bizantini: Bellisario in nome dell'Impero d'Orien­se tornò in possesso dell'Italia. Nell'aspra lotta che Bellisario sosten­ne contro Totila, i soldati bizantini, che difesero i fianchi del loro generale, tutto proteso alla riconquista d'Italia, tennero in saldo possesso il paese dei Volsci, Valle Roveto e la Marsica.

Anni di guerriglia e di scontri segnarono la fine degli Ostrogoti in Italia: fu un'alterna vicenda di sconfitte e di vittorie. Le terre della penisola furono più volte perdute e riprese dai Goti. E intanto una rivoluzione si compiva in quello scorcio di secolo: nella prima metà del secolo quinto. I Goti, per conciliarsi gli animi dei conta­dini, ne avevano migliorato le condizioni.

Così mentre cresceva la simpatia degli italiani verso il popolo dei successori di Teodorico, che aveva tentato risanare una crisi economica spaventosa, diventavano sempre più ostili le nostre popolazioni ai generali e ai gover­natori mandati da Bisanzio ad opprimerle con una esosa politica fi­scale. A nulla giovarono il valore e l'eroica resistenza di Teia. Termi­nò la dominazione gota e in Italia si stanziarono i Bizantini. Poi altre bande scorazzarono per le terre centro-meridionali: i Francoalemanni.

Altre giornate durissime per i nostri paesi, fatti segno a ra­pine e saccheggi. Dal 553 al 568 i governatori dell'imperatore d'Oriente diventa­rono i nostri padroni, e anche le nostre terre obbediranno ai nuovi signori. Si instaurò la curtis: la nuova epoca sarà lunghissima; muterà padroni nel corso dei secoli, ma non costumi e sistemi. Nel 568 calarono i Longobardi e, attorno al 572, anche quella che sarà la nostra regione, l'Abruzzo, venne occupata con gran par­te dell'Italia centrale dal longobardo Faroaldo.

La Marsica e la Val­le Roveto rimasero per secoli sotto la nuova dura dominazione. Sorse il Ducato di Spoleto, che, diviso in varie gastaldie e contee, prolungò con alterne vicende di splendore o di decadenza la sua vita fino al­la venuta dei Normanni. Sotto il governo dei Longobardi furono padroni delle terre e di vasti latifondi gli infesti vincitori, come li chiamerà il pontefice S. Gre­gorio Magno, mentre gli antichi abitanti lavoreranno, come servi della gleba, a beneficio dei dominatori. Ebbero appena il neces­sario per una miserabile esistenza.

È la condizione inesorabile dei soggetti che hanno perduto la libertà e bagnano col sudore della fronte la terra, costretti a dar la maggior parte dei frutti del pro­prio lavoro agli invasori. Condizione umiliante che portò alla de­cadenza morale e civile del popolo nostro! Con la barbarie l'abbandono di ogni iniziativa, la miseria e una ignoranza senza precedenti.

Come un lunghissimo ecclissi, sen­za la speranza di un prossimo ritorno di luce, si svolsero i secoli di ferro. Gli accenni e i riferimenti alla regione marsicana (e non solo alla nostra terra) sono sempre più rari. Su tutto incombe la tene­bra della notte medioevale. Solo nei monasteri restò ancora accesa una favilla; in quei ve­tusti cenobi, ove soprattutto si pregava,. si studiò ancora il latino, si conservarono le opere classiche del genio antico, si commentarono le creazioni degli scrittori di Roma e si alimentò la speranza di una risurrezione, anche se lontana.

E la nostra storia? Come un ura­gano distrusse la barbarie qualunque notizia riguardante la nostra regione. Noi che frughiamo negli angoli più nascosti delle parrocchie, delle biblioteche e degli archivi, torniamo il più delle volte con le mani vuote; e soltanto raramente ci è data la ventura di racco­gliere nel campo di quella storia spighe disperse che parlano del­la nostra terra e ci dimostrano che essa nel trambusto generale di un'epoca decaduta non scomparve del tutto.

A quale provincia fu, nell'alto Medio Evo, aggregata la Marsi­ca e con essa la Valle Roveto, che seguitò a partecipare della stessa sorte della Marsica? Paolo Diacono, monaco cassinese e storico longobardo, ci fa pensare che essa fece parte della provincia Va­1eria: l'antico glorioso nome della famosa via romana che da Roma per Tivoli giungeva nei Marsi.

Per la gente di quei secoli imbar­bariti rappresentò almeno l'antico nome, dalle grandi memorie, una promessa: ricordo di una grande civiltà, promessa di un avvenire migliore. E Valeria si chiamò pure per lungo tempo la città principale dei Marsi e in essa molto probabilmente ebbero la loro sede i ve­scovi dei Marsi, popolo che ebbe santi e martiri fin dai primi se­coli cristiani.

Da Valeria, adagiata sulle rive del Fucino, veniva il pontefice Bonifacio IV (608), salito al trono di S. Pietro quattro anni dopo la morte di Gregorio Magno. Un papa, giunto in tempi torbidi e incerti al vertice della Chiesa cattolica, ci dice che la Mar­sica , al tramonto di una grande civiltà, aveva ancora la sua im­portanza. Paolo Diacono scrive che la decima terza regione, detta Vale­ria, a cui era annessa anche Norcia, si trovava tra l'Umbria, la Cam­pania e il Piceno e confinava ad oriente col Sannio.

Queste le città e le località nominate e comprese da Paolo Diacono nella decima terza regione: Tivoli, Carsoli, Rieti, Forcona, Amiterno e la re­gione dei Marsi col lago del Fucino. Il secolo VII nessuna schiarita presenta nella storia della no­stra terra: buio fondo che avvolge quasi ogni città, ogni regione, ogni popolo. Forse al principio del secolo VIII un vago barlume.

Un nome solo; forse la prima riapparizione della nostra storia? Imperava sempre la dominazione longobarda nei territori che hanno formato i ducati di Spoleto e di Benevento. Ora, nel 702, o attorno a quell'anno, Gisulfo II, duca di Benevento, invase la cam­pagna romana, occupò Sora, Arpino ed Aree; poi, proseguendo nella sua marcia, giunse con le sue milizie, devastando e incendian­do, nella Campania, e, dopo aver fatto molti prigionieri, pose i suoi accampamenti nella località chiamata Horrea. Preoccupato da tan­te distruzioni e da tanto flagello, papa Giovanni VI mandò con molti doni un'ambasceria a Gisulfo: vennero così riscattati i pri­gionieri e venne persuaso il duca a tornare a Benevento.

Correa! Dal momento che questa località è difficilmente identificabile, non potrebbe essere avanzata l'ipotesi che essa corrisponda a Morrea, come già qualcuno ha congetturato, la piccola località di Valle Roveto? È probabile che Gisulfo, dopo l'occupazione di So­ra, trascinato dalla brama di nuove conquiste, abbia osato spingersi con l'esercito nell'interno di Valle Roveto e poi si sia fermato al cen­tro della valle, proprio dove questa, non molto lungi da Balsorano (Valle Sorana) si restringe, per allargarsi di nuovo, subito dopo, quando prosegue verso nord.

E forse Gisulfo fu raggiunto ai piedi di Morrea, dove si era accampato, dai messi di papa Giovanni, per cui, abbandonando questi luoghi e carico di bottino, fece ritorno alla città di partenza. Non è poi una ipotesi del tutto peregrina la nostra! Inoltre è opportuno ricordare che Morrea non è recente: anzi è il paese che prima del Mille trova già un posto tra gli storici, che ci tramandarono le scarse notizie sulla Valle Roveto. E scarse sono anche le notizie che abbiamo dei vescovi di quei secoli.

Appena pochi i nomi, e non sempre sicuri, dei vescovi che sedettero sulla cattedra di S. Rufino e su quella di Sora, alla quale appartenne da tempo immemorabile la Valle Roveto. Intanto alla dominazione longobarda si sostituisce, o meglio, si accompagna la dominazione dei Franchi; e le donazioni, fatte da Pipino e da Carlo Magno ai Pontefici, compresero anche la Marsi­ca e la Valle Roveto, benché di fatto mai siano state considerate ter­re pontificie.

Arrivati a questo punto, mi sembra opportuno rispondere a una domanda. Fu sempre tutta la Valle Roveto attuale compresa durante l'epoca, che andiamo ricostruendo, nel territorio del Ducato di Spo­leto? Almeno una certa perplessità ci lascia una donazione di Gi­sulfo II. Nel 745, fra le altre terre, donate da Gisulfo II, duca di Bene­vento, all'Abate Attone del monastero di S. Vincenzo al Volturno,

viene nominata anche la chiesa di S. Stefano in Valle Sorana, oltre alla cella di S. Giuliano in Vicalvi. Ora Valle Sorana non è altro che Balsorano, come più di una volta si accenna in questo studio. Come spiegare l'appartenenza di terre in Valle Sorana al Ducato di Benevento? lo ritengo che non si sia lontani dal vero affermando che i confini non sempre siano stati ben definiti ed è probabile che Valle Sorana (Balsorano) abbia fatto parte per qualche tempo, in linea provvisoria, del Ducato di Benevento.

Forse, solo più tardi si addivenne ad una definitiva divisione. Trattandosi di zona di confine, tutto può essere stato possibile. A tale ipotesi ho accennato altrove. E torniamo alle vicende che interessano i nostri luoghi. All'800, anno dell'incoronazione di Carlo Magno, o attorno a quella data, si fa risalire da qualcuno l'inizio della Contea della Mar­sica e di conseguenza dei primi conti marsicani.

Nessuno però può affermar lo con certezza. Una cosa è certa: anche in quel tempo, la Valle Roveto, come terra di confine tra Spoleto e Benevento, seguì il destino della re­gione più importante, della Marsica, facendo parte della gastaldia marsa prima, della Contea marsa dopo. Se poi, alla fine del secolo VIII o al principio del IX, i Marsi avessero avuto già un conte, ne avrebbe sicuramente parlato Leone Ostiense Marsicano, che tanti episodi ci ha tramandati della sua terra.

Penso che questa notizia non sarebbe mancata nella sua cronaca, la quale è risultata una pre­ziosa fonte per la storia della nostra regione durante i secoli X e XI, anche se lo storico si sia limitato quasi sempre, dato lo scopo parti­colare della sua opera, a parlare di Montecassino e dei suoi abati. Al cap. 14° del primo libro del suo Chronicon, Leone Ostiense ci informa che Ildeprando, duca di Spoleto, donò a Montecassino, verso l'anno 782, delle terre in Paterno, del Comitato dei Marsi, in comitatu Marsorum.

È chiaro così che allora la Marsica era sogget­ta direttamente al Ducato di Spoleto. La parola comitato, è opportuno precisarlo, non aveva ancora in quell'epoca il significato che acquisterà in seguito. E se dall'800 in poi era già incominciata una serie di conti marsi, quei conti non ebbero affatto l'importanza che avranno poi, cioè dopo il 926, quando, con la venuta di Ugo di Arles, si stabilì e durò per circa tre secoli una autentica dinastia di conti marsi, che di padre in figlio si trasmisero la Contea della Marsica. Un'altra precisazione da fare.

I sette comitati d'Abruzzo corri­sposero, più o meno, alle sette diocesi ecclesiastiche allora esistenti: cioè alle diocesi dei Marsi (oggi di Avezzano), di Amiterno, di For­cona, (Amiterno e Forcona concorsero a formare l'archidiocesi dell'A­quila), di Valva e Sulmona, di Teate (Chieti), di Penne (oggi Pe­sacra-Penne) e di Apruzio (Teramo). Ne parlerò altrove. lo penso che gli amministratori, in nome del duca di Spoleto, della Marsica furono gastaldi in un primo tempo: titolo che equi­valse in seguito all'altro di conte.

Così in una prima fase, i gastaldi furono amministratori dipendenti e nominati dal re o dal duca, e perciò temporanei (ad tempus) e revocabili, in una seconda invece rappresentarono delle vere autorità. Seguendo la precedente interpretazione, potremo stabilire che il conte della Marsica (così spesso si trova chiamato) continuò, dal­1'800 a tutto il primo quarto del secolo IX, ad avere le stesse funzioni del gastaldo, e solo più tardi divenne una vera autorità politica, da quando cominciò la dinastia dei conti marsi, cioè dal 926.

Proseguendo nella nostra indagine, dopo che il Ducato di Spo­leto è passato, con la dominazione dei Carolingi, sotto il controllo dei Franchi, non si può ancora parlare di veri conti dei Marsi. Al cap. 23° della sua storia, lo stesso Leone Ostiense, che prende questa notizia ed altre dallo storico Erchemperto, parla di donazioni fatte dal franco re Lotario a Montecassino in pago Marsorum.

Co­me si vede, padroni della Marsica non sono nell'835 (è l'anno della donazione) i conti dei Marsi. Quando infatti lo saranno con i Be­rardi, saranno questi a disporre come vogliono del territorio mar­sicano. Se non fosse così, che valore dovremmo dare alle parole che leg­giamo nel cap. 34° dello stesso autore per una donazione fatta dopo la prima metà del secolo IX: «concessit etiam Suabilo Marsorum Gastaldio etc. >>? Qui Suabilo è gastaldo e non conte dei Marsi.

Ad ogni modo, qualunque interpretazione debba darsi, della gastaldia o comitato o contea dei Marsi fece sempre parte Valle Ro­veto. Il primo conte dei Marsi, nominato dalla cronaca dell'Ostiense, fu quel Gerardo, morto in battaglia contro i Saraceni, guidati dal terribile loro duce Seodan, che aveva messo a ferro e fuoco città e paesi della Campania e allora tornava dal saccheggio di Capua.

Questo è il tempo di lutti spaventosi che funestarono l'Italia me­ridionale, particolarmente il Lazio e la Campania. Non rimasero estranei a tante sciagure l'Abruzzo e la Marsica, tanto meno Valle Roveto, sempre soggetta a scorrerie e saccheggi. Una nuova ondata di orde assetate di preda assaliva per terra e per mare le nostre inermi regioni. I Saraceni bloccavano i porti del­l'Italia meridionale, occupavano le zone costiere, mettendo con­tinuamente in pericolo la vita delle popolazioni non lontane dal mare; poi con rapide incursioni si spingevano nell'interno, turban­do e spaventando gli abitanti già infelici di una terra, impoverita dagli ordinamenti feudali e soggetta da secoli a vari padroni, uno peggiore dell'altro.

I Saraceni sono inesorabili e lasciano dove passano il deserto e la morte. Le fonti storiche non sono troppo dettagliate al riguardo, ma non è certamente una esagerazione della nostra fantasia imma­ginare i Saraceni che seguono, per penetrare in Valle Roveto, il corso del Liri. D'altra parte non si spiegherebbe l'intervento di Ger­vaso, conte dei Marsi, che, assieme al duca di Spoleto e ai gastaldi di Telese e di Boiano, tentò opporsi, anche se senza successo, alla ma­rea dilagante dei Saraceni.

Gervaso cercava certamente allontanarli dalla sua terra, la Marsica, forse più volte seriamente invasa e mi­nacciata dalle bande dei feroci sudditi di Seodan. Per decenni restarono le nostre popolazioni in allarme. Final­mente, dopo i saccheggi inauditi del monastero di S. Vincenzo al Volturno, di Capua, di Teano, di Venafro, del Cassinate, i Longo­bardi dei ducati di Spoleto e di Benevento fecero appello a Ludo­vico II di Francia. Nell'anno 866, al comando di un forte esercito, Ludovico n sce­se: in Italia.

Beneventi fines per Soram Campaniae urbem ingredi­tur. Le parole dello storico marsicano, che prende la notizia dal Chronicon cassinese, sono un'altra prova evidente dell'appartenen­za al Ducato di Spoleto di Valle Roveto. Il passo, infatti, dice: fines Beneventi per Soram. Con Sora soltanto si era dentro il Ducato di Benevento. Subito dopo Sora, ci troviamo nel Ducato di Spoleto, cominciando dall'estremo lembo della Marsica: Valle Roveto.

I se­coli posteriori hanno rispettato questi confini geografici e storici: anche oggi con Valle Roveto ha inizio a sud-ovest la regione. abruz­zese e propriamente la provincia dell'Aquila. Che Ludovico II poi, dirigendosi a Montecassino, sia passato per Valle Roveto, nessuno può metterlo in dubbio. Chi scende dal nord e passa per Sora deve necessariamente attraversare Valle Roveto.

Ludovico II, dopo avere strappato in varie azioni di guerra buo­na parte delle loro conquiste ai nefasti Saraceni,li affrontò nell'867 a Lucera in battaglia campale. Il re franco, respinto nella prima fase della battaglia, riportò alla fine completa vittoria. Dopo quattro anni di lotte sanguinose, anche la Puglia fu liberata dalla con­tinua minaccia di Seodan, che passò per le terre d'Abruzzo, del Molise, del Lazio, della Campania, della Puglia, della Lucania e della Calabria come un nuovo flagello di Dio.

Purtroppo con la fine di Seodan non cessò il pericolo saraceno. Dalla Puglia e dalla Calabria spostarono i Saraceni alle coste del Tirreno le devastazioni e le violenze: propriamente alle foci del fiume che attraversa nel suo alto corso Valle Roveto. Il Liri, che appunto attorno a quei tempi prendeva nel suo corso inferiore il nome di Garigliano, fu per anni teatro di una contesa all'ultimo sangue tra i corsari saraceni che venivano dal mare, spalleggiati dagli Arabi di Sicilia e di Africa, e i popoli del Mezzogiorno d'Italia, che tentavano respingere, facendo appello alle antiche virtù, un atroce futuro destino. Per lungo periodo restarono esposti paesi e città a saccheggi e massacri.

E non solo sperimentarono la ferocia dei Saraceni i paesi adagiati lungo le coste del golfo di Gaeta o all'estuario del Gari­gliano. ma anche le zone del retroterra fino alla Marsica e alla Valle Roveto, fino alla Valle di Comino, ad Isernia, fino all'alti­piano del Sangro e al Molise. Bisognò in uno sforzo con-corde stringere tutte le forze; bi­sognò coalizzarsi disperatamente in un blocco di sovrani e di po­poli per fronteggiare un nemico spericolato ed agguerrito.

Si trat­tava di sopravvivere o di divenire schiavi di una gente trascinata dal fanatismo dell'Islam alla distruzione e alla rapina. Una sola volontà guidò la lega, una volontà di difesa e di libe­razione: pro aris et focis. Al pontefice Giovanni X il merito di aver portato alla vittoria italiani, longobardi e bizantini. Pochi anni dopo gli avvenimenti narrati, ha inizio la dinastia dei conti marsi, la vera dinastia che prolungò la sua esistenza per circa tre secoli fino a Pietro di Celano, vissuto sotto gli imperatori Enrico VI e Federico II.

La nascita della Contea dei Marsi coincide con la venuta di Ugo di Provenza (926). Con Ugo, divenuto re d'Italia, era venuto dalla Francia Azzone o Attone, conte di Bor­gogna, zio di quel Berardo, chiamato anche Francesco, dal quale discesero i conti marsicani. Ugo di Provenza ricompensò con feudi e contee coloro che, giunti con lui in Italia, lo avevano aiutato a cingere la corona di re d'Italia. Fra essi fu Francesco o Francisco, capostipite dei conti della Marsica; ed io penso che il nome Francesco gli derivasse dalla terra d'origine: la Francia.

Forse il primo grande episodio della storia dei conti della Mar­sica si svolse subito dopo il loro insediamento nella nostra re­gione: in occasione dell'invasione degli Ungari. Non erano ancora risanate le ferite lasciate dai Saraceni che già un altro nemico scorazzava per l'Italia, rinnovando le gesta di tutti i barbari, che per mezzo millennio fecero da padroni nel­le belle contrade della penisola.

Sono gli Ungari che da decenni flagellavano l'Italia settentrionale e che, nel 937, dopo avere impu­nemente saccheggiato il Mezzogiorno, se ne tornavano senza tro­vare ostacoli lungo la via che li riportava a casa. Reduci dalle distruzioni operate a Capua, a Benevento, a Sarno e a Nola, carichi di preda rubata in gran parte nei monasteri e nelle chiese, invadevano la Marsica, tutto distruggendo e aspor­tando ingenti ricchezze. Una nuova pagina di gloria venne in quell'anno scritta dal po­polo marso.

Rinnovando le epiche imprese che compirono al tempo della Guerra Sociale (91-88 avo C.) le tribù marse, dai lucensi agli albensi, dai fucensi agli antinati della Valle Roveto, si diedero con­vegno, collegate con i Peligni, nelle gole dei loro monti, piombaro­no con coraggio e valore sugli Ungari, tagliandone a pezzi l'esercito baldanzoso e costringendo i pochi superstiti a riguadagnare a sten­to la strada del loro paese. Con i conti dei Marsi si apre un capitolo lungo, come ho già sopra accennato, nella storia della nostra regione.

Alla dinastia di questi conti si riferirà quasi ogni avvenimento religioso o civile della Marsica. perché saranno essi gli incontrastati signori, che dispor­ranno a loro beneplacito di tutte le terre adagiate sulle rive del Fu­cino e dintorni, sui paesi di Valle Roveto e financo qualche volta su località, situate in Valle di Comino, zona questa quasi sempre ap­partenuta al Ducato Beneventano o al Principato di Capua.

E anche se col privilegio dell'imperatore Ottone I, emanato il 13 febbraio del 962, la Marsica fu inclusa fra le terre donate alla Santa Sede, i conti dei Marsi continuarono ad avere supremazia e autorità su tutta la contea, pur sottomessi e devoti alla Sede aposto­lica. Il 962 è una data di particolare rilievo da ricordare dopo oltre un millennio dalla donazione.

Quante vicende da allora ad oggi, in dieci secoli, hanno tra­sformato uomini e cose, e cambiato padrone alla nostra valle ed alla Marsica, la regione a cui Valle Roveto. è appartenuta da oltre due millenni. Esattamente, nella seconda metà del secolo X, compaiono la pri­ma volta nomi di paesi e di chiese di Valle Roveto. In tale epoca era già in grande splendore il ricco monastero benedettino di S. Maria di Luco.

E l'Ostiense, nel ricordarne i beni e le chiese su cui il mona­stero esercitava la giurisdizione, nomina, al tempo dell'abate Ali­gerno e di Rainaldo, conte dei Marsi, la chiesa di S. Restituta in Morrea e le chiese di S. Stefano, di S. Nicola e di S. Donato in Valle Sorana (Balsorano). L'esistenza di non poche chiese e la presenza dei benedettini con numerose grancie in Valle Roveto ci confermano che il senti­mento religioso prima del Mille era già profondo nella nostra po­polazione, perpetuato poi con le sue nobili tradizioni, pur attraverso prove dolorose e troppe contrarie vicende.  Ritorna all'indice  ( La Valle Roveto )